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Chiara Peguiron, azzurra numero 51: “Ho scoperto il rugby per caso ed è diventato di famiglia. E quella vittoria con la Francia…”

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Ci sono momenti che cambiano la storia di una singola ragazza, com’è successo a Chiara Peguiron, che ha scoperto il rugby per caso con un incontro scolastico. E ci sono momenti che cambiano la storia del rugby italiano, com’è successo a Mira (Veneto) nel 1998, con la clamorosa vittoria dell’Italia femminile contro la Francia, uno dei primi grandi successi azzurri contro le big mondiali, il secondo di sempre contro le Bleues dopo quello in Coppa Europa del 1996. E in campo c’era anche Chiara Peguiron, azzurra numero 51 e apertura-centro di quella squadra: “È la partita che forse ci ha fatto capire che il rugby femminile italiano poteva fare il salto di qualità. Vincemmo 13-11 con la Francia, un successo completamente inaspettato. Avevamo le solite maglie oversize, con pantaloncini enormi, in campo abbiamo dato tutto. Dopo aver segnato la prima meta Michela Tondinelli si girò, ci chiamò tutte e disse “oh ragazze, qui si segna!”. Ci diede un grande segnale, perché non eravamo abituate a fare tanti punti contro squadre così forti, ci fece capire che non partivamo sconfitte, nemmeno contro le big”.

Affare di famiglia

“Ho iniziato a 14 anni e non mi sono praticamente più staccata dal rugby” racconta Peguiron: “L’avevo scoperto per caso, oggi è diventato una cosa di famiglia: mio marito è stato un rugbista, e anche mio figlio ha voluto subito giocare a rugby. Ha fatto sei mesi di calcio, poi a 6 anni mi ha detto “mamma, non è per me” ed è voluto passare alla palla ovale. Quando ho iniziato venivo dalla danza, vennero a scuola a promuovere una serie di allenamenti: mia madre non era molto d’accordo, ma la passione è nata subito. Lo sport di squadra è una cosa che forse può capire soltanto chi lo fa per davvero, anche per il legame che si crea con le ragazze. Era un gruppo molto eterogeneo: c’erano ragazze giovanissime e donne molto più grandi, ma si stava sempre insieme e non si sentiva la differenza d’età. Anche un’altra mia compagna di squadra e di Nazionale, Daniela Gini, era mia coetanea e come me era arrivata in squadra da piccola, ma poi c’erano anche ragazze che andavano all’università e donne che avevano 27, 28 anni. Ma si è creato davvero un gruppo incredibile: molte di loro le vedo e le sento ancora oggi. Anche perché frequentiamo lo stesso ambiente, avendo i figli che giocano a rugby. Il mio ha 13 anni e ora è in under 14. Alla fine il rugby è diventato davvero una cosa di famiglia. E grazie al rugby ho conosciuto mio marito, Giampiero Mazzi, che ha giocato anche in Nazionale ed era nella squadra maschile della Rugby Roma. Alla fine una volta entrati in questo mondo bellissimo non ne siamo più usciti. Mio marito allena, io faccio l’accompagnatrice e mi piace tantissimo stare sul campo, seguire i ragazzi, dare loro grinta e supporto” racconta Peguiron.

Le difficoltà

Le difficoltà e lo scetticismo generale sono state purtroppo una costante, fin dalla prima Nazionale del 1985 in poi, e anche Chiara Peguiron e tutta la sua generazione hanno dovuto affrontare diversi problemi: “Mia madre all’inizio non voleva che giocassi, faceva fatica a vedermi in mezzo ai contatti, nei placcaggi, però quando sono entrata nel giro della Nazionale ha dovuto arrendersi. Ho esordito nel 1995, a 18 anni, e alla fine ha detto ‘va bene’. Mio padre invece mi ha sempre seguita, veniva tutte le domeniche. Lo scetticismo maggiore arrivava dal rugby maschile, dai ragazzi della mia età. Ricordo che quando avevo 18-19 anni i ragazzi dell’under 19 ci dicevano ‘ma che giocate a fare?’, ‘Che sport è il rugby femminile?’. Più che scetticismo, credo che non ci prendessero sul serio. Il rugby femminile era poco conosciuto, eravamo poche squadre e molte sparivano. Ricordo l’Aquila Rugby e il Messina, squadre molto forti. A Messina avevano anche portato anche delle straniere, neozelandesi e inglesi: a noi sembrava incredibile”.

Il cambiamento

Peguiron ricorda le tante cose che sono cambiate dagli anni ’90 ad oggi: “Le ragazze hanno molta più sicurezza, anche grazie all’impegno della Federazione, e hanno una preparazione molto diversa dalla nostra. Tra di noi c’era chi lavorava in fabbrica, chi aveva i negozi, mi ricordo di una compagna che faceva la parrucchiera e spesso non riusciva a venire ai raduni. Anche oggi le ragazze devono far fronte agli impegni di lavoro, ma sicuramente c’è un supporto maggiore. Prima era tutto più complicato, avevamo tanta passione ma non sempre bastava, oggi la Federazione ha investito tanto, anche grazie all’ingresso nel Sei Nazioni. Anche le condizioni erano diverse: giocavamo con maglie recuperate da altre selezioni, a volte gigantesche. Io giocavo apertura o primo centro e avevo una XXL, mi stava più o meno sei volte (ride, ndr) oggi invece ci sono gli sponsor tecnici, le ragazze hanno le stesse divise della Nazionale maschile, è un mondo completamente diverso. Però sono stati anni bellissimi, che ricordo con gioia”.

Il Mondiale 1998 e la vittoria di Mira

“Siccome facevamo pochi raduni, per il Mondiale del 1998 provammo a recuperare in poco tempo tutto il lavoro che non avevamo potuto fare prima” racconta Peguiron: “Vedevo le neozelandesi che facevano due saltelli e via, mentre noi facevamo ore e ore di allenamento. È stata un’esperienza bellissima ma molto dura. Alla fine arrivammo undicesime battendo Russia e Germania e perdendo di un soffio, di soli due punti, con il Galles. Un’esperienza bellissima. E poi ricordo il test match di Mira contro la Francia, forse il ricordo più bello della mia carriera, vincemmo 13-11. Partivamo spesso contro Francia, Inghilterra o Irlanda pensando già di perdere, invece la prima meta di Tondinelli ci diede una scossa, capimmo che potevamo farcela. Difendemmo tantissimo, con le unghie e con i denti, ma sapevamo di potercela fare e ce l’abbiamo fatta. Ricordo davvero quello spirito di squadra, e poi c’era sempre un gruppo di supporter che ci incitava, come la mamma di Elena Bisetto che ci seguiva ovunque. Che bello”.