Brewery Field di Bridgend: è il 57’ di Galles-Italia, quando Diletta Veronese firma la meta che porta le Azzurre in vantaggio per la prima volta dopo un match passato a rincorrere e il pareggio raggiunto con la doppietta di Flavia Severin. Sarà la marcatura decisiva che varrà il primo storico successo contro il Galles, il vero spartiacque della storia del rugby femminile italiano. C’è un prima e un dopo Bridgend: fino a quel momento le Azzurre – entrate nel Sei Nazioni nel 2007 – avevano vinto una sola volta, contro la Scozia. Da lì in poi inizierà il ciclo vincente dell’Italia di Andrea Di Giandomenico, capace di ottenere vittorie di peso ogni anno fino a conquistare il podio nel 2019. È la stessa Diletta Veronese, ala del Valsugana e azzurra numero 126, a ricordare quei momenti: “Quella partita rimane una delle più belle della mia vita. Ci sono dei video, anche se amatoriali, di quella partita, e ogni tanto li riguardo perché rivivere quel momento mi dà tanta forza. Non so come spiegarlo, quella meta e quella vittoria mi danno ogni volta una sensazione di positività anche nella vita. E poi quella vittoria ha effettivamente cambiato la nostra storia, è stata un nuovo inizio: fino a quel momento alternavamo vittorie e sconfitte contro la Scozia ma non eravamo mai riuscite a battere il Galles, era un po’ la nostra bestia nera. Da lì siamo riuscite a vincere diverse volte: l’anno dopo in casa, a La Spezia (sempre con meta di Veronese e di Maria Grazia Cioffi, ndr) e poi nel 2014 di nuovo in trasferta. E poi c’è un’altra vittoria che secondo me ha cambiato la nostra storia, quella di Rovato nel 2013 contro la Francia. Non ho parole per raccontare quella giornata, è come se la memoria avesse immagazzinato non tanto i momenti, ma le emozioni di quella partita, che a distanza di anni sono ancora fortissime. Battemmo una potenza assoluta del rugby mondiale, poi in casa, ancora più bello”.
Gli inizi
Diletta Veronese è arrivata tardi al rugby: “Ho cominciato intorno ai 21 anni grazie a due persone che mi hanno fatto scoprire questo sport. Una è il mio fidanzato – e ora papà di mio figlio – Francesco Ragazzi, che arriva da una famiglia di rugbisti e lui stesso giocava, e l’altra è Roberta Giraudo, una persona che ha sempre fatto un grande lavoro per avvicinare le ragazze al rugby. Era un periodo in cui il rugby femminile non era ancora molto noto, e non godeva della stessa considerazione che ha oggi. Però mi sono innamorata di questo sport, e gli ho dedicato la mia vita: io sono laureata in scenografia e amo la storia dell’arte, ma ho cercato di trovare un lavoro che si potesse adattare alla mia vita sportiva, che mi permettesse di prendere delle ferie nei periodi dell’anno necessari per giocare. Avevamo delle diarie, ma erano abbastanza esigue. Il nostro obiettivo era allenarci, giocare, vincere, trovando il tempo anche all’ultimo secondo di andare al campo, riuscendo ad incastrare tutto. Non c’era molto: pochi soldi, tanti viaggi lunghi, tanta dedizione, tanti sacrifici anche per quanto riguardava la nostra vita personale. Poi avendo iniziato tardi ero un po’ ‘sprovveduta’ su alcune cose, perché conoscevo pochissime regole. Cercavo di farmi strada soprattutto col mio atletismo e la mia velocità, e infatti giocavo anche a Rugby Seven: ricordo Granatelli, uno dei miei allenatori, che mi disse “Ti porto al Mondiale di Dubai nel 2009, ma tu con le tue gambe mi porterai al Sei Nazioni”.
Il cambiamento
Negli anni il rugby femminile ha compiuto tanti passi avanti. Il lavoro da fare è ancora lungo, ma come racconta Veronese, ciò che è stato fatto negli ultimi anni disegna una grande differenza col passato: “Col passare del tempo poi il rugby femminile si è evoluto molto, e anche in generale c’è molta più attenzione a tante cose, ad esempio le concussion. Ricordo con tanto affetto, tanta tenerezza e un pizzico di malinconia quel periodo: è stato molto formativo, però sicuramente tanti problemi che c’erano allora oggi non ci sono più. Le ragazze sono più seguite ed è giusto che sia così, e sono felice di aver fatto parte di tutto quello che c’era prima e che è servito affinché loro arrivassero a questo punto. E poi oggi c’è molta più attenzione alle partite: basta vedere quanto è seguito il Sei Nazioni femminile adesso rispetto a prima, per non parlare dei Mondiali. C’è molta più visibilità: delle partite in Nazionale dei miei tempi ricordo al massimo qualche diretta streaming, forse qualcosina in televisione, ma niente di paragonabile a oggi, con tutte le partite dell’Italia che vengono trasmesse. L’Italia di oggi è formata da un gruppo di atlete fantastiche, seguite molto più attentamente anche dallo staff dei loro club con grande attenzione dal punto di vista fisico e medico, le trasferte sono organizzate molto meglio e ci sono tanti accorgimenti fondamentali per il benessere degli sportivi. Sono grandi conquiste delle quali spero siano orgogliose, senza dimenticare mai da dove il rugby femminile è partito”.
Una nuova era
Diletta Veronese ha fatto parte del primo gruppo del ciclo di coach Andrea Di Giandomenico, il ciclo che ha cambiato la storia del rugby femminile e ne ha modificato anche la percezione all’esterno: “Andrea è una persona estremamente umana e questo ha aiutato tantissimo a cambiare le sensazioni che c’erano all’interno della squadra, agendo anche sull’aspetto relazionale. Ci ha dato grinta, sicurezza, ci ha fornito gli strumenti giusti per crescere e ha portato grande attenzione sul rugby femminile. Ci teneva davvero, non solo come lavoro ma come soddisfazione personale, affinché crescessimo. So che un allenatore andrebbe visto come un ‘capo’, ma lui era un capo che riusciva ad avere un rapporto con le persone che aveva attorno. Mi azzarderei a definirlo un amico, perché per me lo è stato. Andrea è riuscito a regalarci quel comfort e quella spensieratezza unite ad una grande determinazione che hanno permesso di iniziare una svolta per il rugby femminile italiano, ci siamo sentite apprezzate e ascoltate, questo grazie al suo lato estremamente umano”.

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