Cardiff, 11 aprile 1991: si gioca Italia-Svezia, terza gara del Mondiale azzurro valida per il torneo che assegna i piazzamenti dal 5° al 12° posto. All’esordio, nel ruolo di ala, c’è Sabrina Melis, azzurra numero 41, trequarti sarda che diventerà una delle azzurre più longeve di sempre, con ben 3 Mondiali disputati. Dopo il 1991, infatti, Melis vestirà la maglia azzurra anche nelle Coppe del Mondo del 1998 e nel 2002, a completamento di una carriera straordinaria. Melis ha potuto vivere per intero il decennio che ha cambiato il rugby femminile in Italia e nel mondo, a partire proprio da quel primo storico Mondiale: “Fu una svolta totale per il rugby femminile, anche se era il primo e anche se c’erano ancora delle situazioni molto particolari. Chiaramente eravamo all’inizio, ma da quel momento è iniziato un percorso che ha portato il rugby femminile ad essere ciò che è oggi: c’è ancora tanta strada da fare, ma essere stata parte di questo percorso è stato fantastico”.
Il Mondiale 1991
Come molte ex azzurre hanno raccontato, quel Mondiale 1991 conserva dentro di sé tutte le emozioni e le particolarità delle “prime volte”: “Fu una prima volta per tante cose. Il rugby femminile era ancora in una fase totalmente dilettantistica, tanto che fino a quel momento – ho iniziato a giocare nel 1986 – eravamo noi giocatrici a pagarci il viaggio per i raduni, mentre il pernottamento ci veniva pagato. Ci sacrificavamo molto: viaggiavamo in nave, aereo, treno, spesso si rientrava la domenica. Quel Mondiale però fu qualcosa di incredibile. Fino a quel momento avevo giocato soltanto a livello di club e fatto qualche raduno con la Nazionale, senza mai esordire: l’esordio arrivò proprio al Mondiale, con la Svezia, e in generale in quelle due settimane mi colpì molto la qualità fisica e tecnica di nazionali come Inghilterra, Nuova Zelanda e Stati Uniti, che infatti vinsero il Mondiale. Era un altro mondo: la meta valeva ancora 4 punti, le touche non prevedevano le saltatrici, tutto completamente diverso. Però è stato un punto di svolta per il rugby femminile mondiale e anche italiano, con il riconoscimento da parte della FIR e l’inizio del sostegno da parte loro: da quel momento infatti la Federazione ha coperto molti costi che prima erano a carico nostro, con un’evoluzione importante anche dal punto di vista dell’organizzazione, come spostamenti e logistica”.
Un decennio di crescita
Anche solo dal primo Mondiale disputato da Melis (1991) al terzo (2002, dopo il 1998, mentre le Azzurre non parteciparono a quello del 1995) era già cambiato tutto: “Era un mondo completamente diverso. Non esistevano i social, il rugby femminile non era trasmesso in diretta tv se non per qualche incontro veramente importante, e anche la copertura giornalistica era limitata alla stampa locale. Già nel 1998 si è vista una presenza diversa dei media, soprattutto della stampa, e cominciarono ad arrivare anche le prime dirette tv importanti. Il terzo Mondiale in questo senso è stato quello che ha portato il rugby femminile ad avvicinarsi a quello che è oggi. Eppure, nonostante i grandi cambiamenti di quegli 11 anni, nulla di paragonabile a oggi: sarebbe stato impensabile vedere una finale mondiale in un Twickenham strapieno com’è accaduto nel 2025, e questo deve rendere orgogliose tutte le ragazze che in questi anni hanno giocato e contribuito a questa crescita. Sicuramente da quando ho iniziato a giocare a 16 anni, nel 1986, a oggi è cambiato veramente tutto. Avevo scoperto il rugby tramite una mia amica, volevo giocarci, ma purtroppo nella mia scuola non c’era una squadra femminile, quindi mi aggregai a un’altra scuola che aveva aperto le porte anche agli istituti vicini. In Sardegna però non c’era nulla, eravamo davvero delle pioniere a livello regionale: il nostro allenatore ci portò a giocare dei tornei a Roma in quegli anni, poi nel 1989 ci iscrivemmo al campionato nazionale UISP e cominciai anche a fare i primi raduni con la Nazionale. Da lì è iniziato il percorso che mi ha portato ad esordire in Nazionale contro la Svezia, a Cardiff”.
La percezione del rugby femminile
In questi anni, racconta Melis, è cambiata anche la percezione del rugby femminile da parte degli appassionati e della gente comune: “All’inizio addirittura alcuni rugbisti non avevano una grande considerazione del rugby femminile, dicevano che non era uno sport da donne. Il riconoscimento è arrivato con il tempo, e finalmente si comincia a capire che il rugby giocato dalle donne è lo stesso sport, anche se ha caratteristiche diverse: è diventato un rugby più basato sulla velocità e sull’evasione, ma la base è sempre la stessa. Sicuramente, parlando dell’Italia, l’attenzione della Federazione e dei media ha contribuito a questo percorso. E questo discorso si può allargare secondo me anche agli altri paesi. Ad esempio, ripensando al Mondiale 2002 – l’ultimo che ho giocato – ricordo un’attenzione di gran lunga maggiore all’accoglienza delle giocatrici, alla comunicazione e alla visibilità rispetto alle Coppe del Mondo precedenti. Ricordo che le città ospitanti erano piene di tifosi, c’erano manifesti ovunque. Credo sia stato il primo vero Mondiale con un’importante copertura mediatica, seppur ancora lontana rispetto a quello che vediamo oggi, ma bisogna sempre ricordare che eravamo ancora delle dilettanti: non avevamo contratti, ma solo delle diarie. In alcuni Paesi come l’Inghilterra le atlete erano pagate già ai Mondiali del 1998, e forse anche in Nuova Zelanda, ma sono convinta che anche in Italia le cose continueranno a migliorare, come sta accadendo già adesso, e mi auguro che si continui a lavorare per garantire le stesse opportunità rispetto al rugby maschile”.

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