Per una società di rugby, la club house non è semplicemente un edificio con un bancone e qualche tavolo. È il luogo in cui lo spirito del gioco si trasferisce dal campo alla vita di tutti i giorni, trasformando un gruppo di atleti e atlete in una vera e propria famiglia. Lo sa bene il Rugby Gubbio, una realtà che ha fatto del senso di appartenenza e dell’accoglienza il proprio marchio di fabbrica, compiendo un cammino faticoso ma straordinario, iniziato nei primi anni ottanta e culminato oggi nell’inaugurazione di una struttura nuova di zecca.
La storia del club umbro è un viaggio itinerante scandito dalla ricerca costante di uno spazio in cui stringersi attorno ai valori della palla ovale. Andrea Frondizi, presidente del club dal 2018 e legato alla società fin dal 1986, ricorda come il Rugby Gubbio avesse già dagli anni novanta la tradizione consolidata di un luogo in cui vedersi e stare insieme dopo le partite. “Nel corso del tempo, questo bisogno di aggregazione ha trovato ospitalità nelle situazioni più disparate e caratteristiche: dalle taverne sotto il centro storico ai locali in pieno centro, passando per i vecchi fondachi rimessi a nuovo dai soci e persino per i garage. Oggi, dopo dieci anni di investimenti, sacrifici e infinita passione, il club vive finalmente nella sua nuova struttura, che comprende la clubhouse, spogliatoi rinnovati e una palestra”. Nelle parole del Presidente, questo percorso non è stato un insieme di tappe anonime, ma un vero e proprio filo rosso che lega ogni singola sede, perché la clubhouse è comunità ed è impossibile trasmettere il senso di una famiglia se questa non ha una casa da vivere, nel bene e nel male.
Le radici di questa casa affondano nei ricordi dei veterani, come Luigi Moretti, classe 1961, che ha vissuto l’epopea del club fin dagli esordi nel 1984, quando ci si allenava su un campo in terra battuta con i pali fatti di tubi innocenti da cantiere. “In quegli anni invernali e rigidi, la prima clubhouse fu un prefabbricato con i vetri rotti, dove i giocatori si tassavano di cinquemila lire a testa pur di fare il terzo tempo e stare con gli avversari. È in contesti così genuini che sono nati aneddoti memorabili: dalle cene a base di gnocchi fatti a mano da “Zia Rita”, la mamma di un giocatore che metteva tutta la squadra a impastare dopo la partita, fino alle improvvisazioni musicali dei “Druidi del Blues”, una band del club che negli anni novanta si esibiva con strumenti decisamente arrangiati come la cacavella napoletana”.
Non sono mancate nemmeno le sperimentazioni culinarie ad alto rischio, come quella sera in cui Moretti e il socio fondatore Cesare, nel tentativo di cucinare un’arista flambé, esagerarono con la grappa sollevando una fiammata alta fino al soffitto che rischiò di dare fuoco all’intera sede.
In un territorio vastissimo ma demograficamente complesso – Gubbio è il settimo comune d’Italia per estensione, ma conta solo 30.000 abitanti – la clubhouse diventa lo strumento principale per fare rete, proteggere i ragazzi e “coccolarli” affinché rimangano legati al club. Il valore sociale e inclusivo della struttura emerge con forza straordinaria nel progetto di Rugby Integrato, coordinato da Simone Canova, allenatore e colonna della segreteria. “Avere una clubhouse nuova significa poter raggruppare tutte le famiglie e i tesserati sotto lo stesso tetto, garantendo un luogo sicuro dove i genitori possono fermarsi mentre i figli si allenano. Nel rugby integrato, i ragazzi con disabilità giocano con i normodotati, senza le timidezze o i filtri tipici degli adulti. Mangiano insieme alla Serie B o allo staff in assoluta libertà, e quando indossano la polo del club sono semplicemente giocatori”

Completa la registrazione