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Linee di meta: Margherita e Andrea Tonellotto – Piazzola Rugby e Rugby Valsugana

Al di là del fatto che sia mio padre, l'ho sempre visto anche come allenatore. Sono praticamente cresciuta su un campo da rugby. All'inizio, a Mirano, guardavo lui; poi ho iniziato a giocare al Piazzola Rugby e abbiamo giocato insieme. Successivamente sono andata al Valsugana, dove mi ha anche allenata, e l'ho ritrovato poi nelle selezioni giovanili, fino ad arrivare a oggi. Quindi, oltre al rapporto da padre, è sempre stato una figura importante nel mio percorso rugbistico. L'insegnamento di cui sono più debitrice è sicuramente quello di iniziare ad allenarsi prima, non quando arriva una convocazione o quando sai di avere un appuntamento importante. Fin da piccola ho cercato di allenarmi con questo obiettivo: già in Under 14, durante l'estate, mi mettevo a fare esercizi e a lavorare per conto mio. Avere in casa un allenatore mi ha fatto crescere con questa mentalità, come se fossi sempre dentro il campo. All'inizio era soprattutto lui a bacchettarmi su certe cose, perché sapeva quanto ci tenessi. Se avessi detto che del rugby non mi importava nulla, probabilmente mi avrebbe lasciata stare. Ma ero io la prima a chiedergli consigli e pareri, quindi lui me li dava, anche quando erano critici. Nei primi anni era lui a farmi notare quando mi comportavo in un modo che non rispettava quella che avrebbe potuto essere la vita futura di un'atleta. Poi, piano piano, ho interiorizzato questa mentalità. Oggi il nostro rapporto è diverso: magari dopo una partita gli chiedo come sono andata, ma non ha più bisogno di dirmi come prepararmi per quella successiva. Quelle cose ormai fanno parte di me. Sicuramente mi ha indirizzata verso quella che è la vita di un’atleta di alto livello, lasciandomi però sempre la libertà di scegliere se intraprenderla oppure no. L'altro insegnamento che mi ha sempre dato, anche al di là del rugby, è che quando scegli di fare una cosa, devi farla bene. Se vuoi giocare a rugby, non significa che devi farlo bene solo quando ne hai voglia o quando ti conviene: devi cercare di farlo bene sempre. All'epoca avevo quattordici anni e magari era una cosa difficile da accettare, ma sicuramente è un insegnamento che, nel tempo, mi ha ripagato e che porto sempre con me”. Le linee di meta che hanno caratterizzato le origini ovali di Margherita Tonellotto, Azzurra numero 226, terza linea del Valsugana Rugby Padova, si incrociano con le origini più propriamente dette. Per “Tone” la persona che ha inciso di più nel suo percorso da atleta - e da essere umano - è suo padre, Andrea. Ex giocatore del Rugby Mirano, ancora in attività quando la piccola Margherita iniziava a calcare i campi da rugby, l’ha seguita e supportata in ogni singolo aspetto, senza mai diventare pressante o giudicante. Come nel 2011: Margherita ha sei anni ancora da compiere e, mentre la Nuova Zelanda Maschile vince la Coppa del Mondo in casa con il risultato di 8-7 in finale con la Francia, con la prima e unica meta internazionale della carriera di Tony Woodcock, va a provare un allenamento. Le chiedono di rotolare per terra: lei, per chissà quale motivo, si spaventa terribilmente, lascia l’allenamento e il rugby per tre anni, fino a quando non decide di dare una seconda chance a questo sport. Racconta suo padre Andrea: “Il suo primo tesseramento è stato con il Piazzola Rugby, nel 2014, quando aveva nove anni. Da lì è iniziato tutto. A essere onesti, a portare Margherita a giocare a rugby è stata sua mamma. Io, all'epoca, ero ancora impegnato in campo come giocatore e quindi l'iniziativa di portarla a provare è stata di mia moglie. È giusto che sia così, anche perché altrimenti poi mi rimprovera di prendermi tutti i meriti.  Io, però, sia come atleta sia come allenatore, sono sempre stato molto preciso e rigoroso. Non ho mai saltato un allenamento: per me è sempre stata una cosa importantissima. Anche quando giocavo nelle categorie più basse, se ero in condizioni di andare al campo, ci andavo. L'allenamento, semplicemente, non si saltava. Quando Margherita ha iniziato a giocare e ho visto che si divertiva e che il rugby le piaceva, ho cominciato a dirle: “Marghe, se vuoi fare questa cosa, falla seriamente”. Anche se sei una bambina e giochi con altri bambini e altre bambine, bisogna imparare ad affrontare lo sport con impegno. La mia paura era che, facendolo tanto per fare, non riuscisse ad apprezzarne fino in fondo il valore. Da questo punto di vista invece , è sempre stata molto assennata. Ha cominciato ad allenarsi seriamente e non ha praticamente mai saltato un allenamento. Questa è una cosa che mi ha fatto molto piacere. Già quando era piccola avevo capito che aveva qualcosa in più rispetto agli altri bambini, ma soprattutto avevo colto in lei una vera cultura del lavoro: quella voglia di fare le cose seriamente, di non fermarsi, di non dire “oggi non vado perché ho una festa” o perché c'è qualcos'altro da fare. Non ha mai saltato un allenamento e, da questo punto di vista, ha assimilato perfettamente lo spirito dello sport. Io ho una grandissima ammirazione per lo sport in generale e per tutto quello che rappresenta. Vedere che Margherita ha fatto suo questo approccio mi ha fatto davvero piacere. E lo ha portato avanti negli anni, fino a oggi, allenandosi praticamente ogni giorno”. La carriera sportiva di Margherita, che nel mentre si affianca a quella universitaria da studentessa di filosofia, ha avuto fin qui il suo punto di acme con l’esordio con la Nazionale Maggiore, nel corso del Guinness Sei Nazioni Femminile 2026.  “Da papà - dice Andrea -  vedere mia figlia scendere in campo al Sei Nazioni è un'emozione difficile da spiegare. Già averla vista giocare le nazionali giovanili era stata una grande emozione. Ma il giorno del suo esordio con la Nazionale maggiore a Parma (il 24 aprile 2026 nella gara vinta dalle Azzurre con la Scozia) è stato qualcosa di diverso. Quando è entrata in campo, io e Chiara, mia moglie, ci siamo guardati e ci siamo detti: “Ce l'ha fatta”. Perché so, sinceramente, quanto lavoro ci sia dietro a quell'esordio. Dietro ci sono anni di allenamenti, sacrifici, partite e tutto quello che ha fatto per arrivare fin lì. Da allenatore, invece, l'ho guardata con un occhio diverso. Sono molto critico, anche con lei. Non sono quello che dice semplicemente “bravissima,” e basta. Se c'è qualcosa che secondo me poteva essere fatto diversamente, glielo dico. In occasione dell'esordio, naturalmente speravo tantissimo che facesse tutto bene. E, oggettivamente, ha fatto una buona partita. C'è stata quella salita difensiva sull'azione della meta subita contro la Scozia, sulla quale ha avuto una parte di responsabilità, ma per il resto secondo me è stata davvero brava. Soprattutto, l'ho vista giocare con personalità”. Personalità, caparbietà, interessi variegati (dal piano alla lettura, dal cinema all’arte e alla fotografia, ndr.), contribuiscono nella definizione della persona-Margherita Tonellotto, ma sono anche la base di sviluppo della sua abilità in campo e in palestra.  “Credo che questa sicurezza - conclude Andrea, allenatore-padre orgoglioso e felice - l’abbia acquisita molto negli ultimi anni. Da quando ha iniziato il percorso con le Nazionali Juniores, secondo me ha fatto un salto importante sotto questo punto di vista. Anche quando è arrivata a confrontarsi con la Nazionale maggiore, l'ho vista tranquilla, consapevole e capace di stare in campo senza farsi condizionare dal contesto. Sono felice dell'atleta e della persona che sta diventando”.

Italia Femminile | 14/09/2026

Club House – Messina Rugby

«La nostra Club House è il cuore pulsante e la memoria storica del rugby messinese», sentenzia Pino Del Lorenzo, decano del rugby peloritano, «non c’è club senza una casa».  E la Club House è proprio questo: casa. Un luogo che negli anni è cresciuto insieme al club, grazie soprattutto all’impegno e alla passione dei volontari degli Old, arricchendosi di oggetti, immagini e ricordi che raccontano la storia dello sport.Alcuni pannelli che ne impreziosiscono l’arredo sono stati realizzati grazie a un progetto portato avanti con il liceo artistico cittadino. I vecchi giocatori hanno donato le loro maglie, i cimeli, le fotografie in bianco e nero. Ogni parete racconta una storia, ogni oggetto custodisce un pezzo della nostra identità. Ma la Club House non è soltanto memoria. È soprattutto un luogo di incontro, aperto a tutti: atleti, genitori, Oldies, dirigenti, sostenitori e sostenitrici. «La cosa più bella è vedere che qui le persone si incontrano e si sentono subito parte di qualcosa – racconta Orazio Musumesci, chef di casa –. Che sia un Terzo Tempo dopo una partita, la festa di compleanno di un Under 8 o la nostra rituale “mangiata” del giovedì dopo l’allenamento degli Oldies, alla fine ci ritroviamo sempre intorno a un tavolo. Il rugby è anche questo: genuinità, ospitalità e condivisione». E questo spirito diventa ancora più evidente durante il Mese del Rugby e gli Open Day, quando le porte del club si aprono a bambini e famiglie che spesso si avvicinano per la prima volta al nostro mondo. I bambini entrano in campo, provano il rugby, corrono, giocano e scoprono un nuovo sport. Ma mentre loro sono impegnati sul terreno di gioco, anche i genitori iniziano a conoscere il club. Si fermano in Club House, parlano con altri genitori, incontrano le persone che la frequentano. Fanno domande, ascoltano storie e, magari, scoprono che dietro a quel pallone ovale c’è una comunità molto più grande di quanto immaginassero. «Durante gli Open Day capita spesso che un genitore arrivi pensando semplicemente di accompagnare il proprio figlio a provare uno sport – spiega Giovanni Rizzo, capitano della prima squadra –. Poi entra in Club House, vede le maglie, le fotografie, incontra le persone e comincia a capire che non sta semplicemente scegliendo un’attività per suo figlio: sta entrando in una famiglia sportiva. È questo che ci piacerebbe trasmettere a chi viene a conoscerci». La Club House diventa così una sorta di porta d’ingresso al club. Un posto dove chi arriva per la prima volta può sentirsi accolto, conoscere la storia della società e comprendere quei valori che sul campo prendono forma attraverso il gioco: rispetto, amicizia, inclusione e condivisione.Ma è anche il teatro delle mille attività del club: dal Cineforum organizzato in estate ai tornei di biliardo e tennistavolo tra atleti e dirigenti. Offre un insostituibile supporto logistico per la realizzazione dei camp — da “Messina chiama Ucraina” all’Haka Camp, fino ai camp regionali — ed è il naturale punto di riferimento per tutta la vita della società. “La Club House è, soprattutto, il luogo in cui chi arriva da fuori può capire immediatamente che tipo di club siamo - spiega Pino De l Lorenzo - durante un Open Day, mentre sul campo un bambino scopre per la prima volta cosa significa passarsi una palla ovale, magari in Club House un genitore scopre qualcosa di altrettanto importante: un ambiente nel quale ci si conosce, ci si aiuta e si condivide. Il rugby, in fondo, comincia sul campo. Ma spesso è in Club House che nasce il senso di appartenenza. E la nostra casa continua a crescere. Stiamo lavorando per creare uno spazio dedicato ai giovani atleti dove possano svolgere i compiti scolastici nei pomeriggi di allenamento: una vera e propria Aula-Studio, per ottimizzare il tempo e rendere la Club House ancora più parte della quotidianità dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze"

dalla base | 08/09/2026

Club House – Unione Rugby San Benedetto

Ci sono luoghi che raccontano la storia di un club meglio di qualsiasi albo d'oro. La Club House "Luigi Camiscioni" del Rugby San Benedetto è uno di questi. Nata insieme alla crescita della società e costruita passo dopo passo grazie all'impegno di dirigenti, volontari e giocatori, oggi rappresenta il cuore pulsante della vita rossoblù, il posto dove il rugby continua anche dopo il fischio finale. La sua storia è quella di un progetto cresciuto nel tempo. Dai primi anni, quando gli spazi erano ridotti all'essenziale, fino all'attuale struttura, ogni ampliamento è stato il risultato del lavoro condiviso di una comunità che ha scelto di investire su sé stessa. Ogni mattone racconta ore di volontariato, idee trasformate in realtà e la volontà di creare un ambiente accogliente per chiunque entri a far parte della famiglia del Rugby San Benedetto. «La clubhouse ha una storia particolare», racconta Lorenzo Benigni, ex giocatore e oggi dirigente del club. «Siamo partiti da una piccola stanza ricavata all'interno della struttura e, grazie al lavoro di volontari, giocatori e di tutte le persone che vivono questo ambiente, siamo riusciti a realizzare uno spazio di cui andiamo davvero orgogliosi. Oggi è molto più di un edificio: è il luogo in cui tutti noi ci sentiamo a casa.» Quella della Club House è una funzione che va ben oltre l'accoglienza. È il punto in cui si incontrano giocatori, famiglie, tecnici, dirigenti, tifosi e sponsor, creando una rete di relazioni che sostiene quotidianamente la società. Le domeniche di campionato, dopo le partite, i tavoli si riempiono di centinaia di persone che condividono il tradizionale terzo tempo, trasformando ogni gara in un momento di aggregazione aperto all'intera comunità. «Per noi è un vero punto di riferimento», spiega Mauro Mascitti, tesoriere del club. «Qui vengono le famiglie, gli amici, gli appassionati. Molti scelgono perfino di festeggiare compleanni o ricorrenze all'interno della clubhouse perché vogliono far conoscere questo ambiente e i valori che rappresenta. È un luogo che vive ogni giorno, non solo durante gli allenamenti o le partite». La Club House è anche uno strumento fondamentale per la crescita del club. È qui che nascono nuove collaborazioni, si consolidano rapporti con il tessuto economico del territorio e prendono forma molte delle iniziative che permettono alla società di continuare a investire nello sviluppo del rugby. Un ambiente informale, dove una conversazione davanti a un tavolo può trasformarsi in un progetto, in un sostegno concreto o in una nuova opportunità per il movimento. La sua identità è profondamente legata anche alla memoria di Luigi Camiscioni, figura storica del Rugby San Benedetto alla quale la struttura è dedicata. Uomo di straordinaria convivialità e punto di riferimento per tutta la comunità rossoblù, Camiscioni ha incarnato quello spirito di accoglienza che ancora oggi caratterizza la vita della Club House. Intitolargli questo spazio è stato un modo per rendere permanente il ricordo di chi ha saputo trasformare il rugby in una grande occasione di amicizia e condivisione. La crescita della struttura ha accompagnato quella della società, diventata negli anni un punto di riferimento non solo per il rugby marchigiano ma per l'intera città di San Benedetto del Tronto. L'impegno dei volontari, la partecipazione delle famiglie e il forte senso di appartenenza hanno permesso di creare un ambiente capace di accogliere chiunque, dal bambino che entra per la prima volta in un campo da rugby al vecchio compagno di squadra che continua a vivere il club anche dopo aver smesso di giocare.

dalla base | 30/07/2026

Club House – Rugby Gubbio

Per una società di rugby, la club house non è semplicemente un edificio con un bancone e qualche tavolo. È il luogo in cui lo spirito del gioco si trasferisce dal campo alla vita di tutti i giorni, trasformando un gruppo di atleti e atlete in una vera e propria famiglia. Lo sa bene il Rugby Gubbio, una realtà che ha fatto del senso di appartenenza e dell'accoglienza il proprio marchio di fabbrica, compiendo un cammino faticoso ma straordinario, iniziato nei primi anni ottanta e culminato oggi nell'inaugurazione di una struttura nuova di zecca. La storia del club umbro è un viaggio itinerante scandito dalla ricerca costante di uno spazio in cui stringersi attorno ai valori della palla ovale. Andrea Frondizi, presidente del club dal 2018 e legato alla società fin dal 1986, ricorda come il Rugby Gubbio avesse già dagli anni novanta la tradizione consolidata di un luogo in cui vedersi e stare insieme dopo le partite. “Nel corso del tempo, questo bisogno di aggregazione ha trovato ospitalità nelle situazioni più disparate e caratteristiche: dalle taverne sotto il centro storico ai locali in pieno centro, passando per i vecchi fondachi rimessi a nuovo dai soci e persino per i garage. Oggi, dopo dieci anni di investimenti, sacrifici e infinita passione, il club vive finalmente nella sua nuova struttura, che comprende la clubhouse, spogliatoi rinnovati e una palestra”. Nelle parole del Presidente, questo percorso non è stato un insieme di tappe anonime, ma un vero e proprio filo rosso che lega ogni singola sede, perché la clubhouse è comunità ed è impossibile trasmettere il senso di una famiglia se questa non ha una casa da vivere, nel bene e nel male. Le radici di questa casa affondano nei ricordi dei veterani, come Luigi Moretti, classe 1961, che ha vissuto l'epopea del club fin dagli esordi nel 1984, quando ci si allenava su un campo in terra battuta con i pali fatti di tubi innocenti da cantiere. “In quegli anni invernali e rigidi, la prima clubhouse fu un prefabbricato con i vetri rotti, dove i giocatori si tassavano di cinquemila lire a testa pur di fare il terzo tempo e stare con gli avversari. È in contesti così genuini che sono nati aneddoti memorabili: dalle cene a base di gnocchi fatti a mano da "Zia Rita", la mamma di un giocatore che metteva tutta la squadra a impastare dopo la partita, fino alle improvvisazioni musicali dei "Druidi del Blues", una band del club che negli anni novanta si esibiva con strumenti decisamente arrangiati come la cacavella napoletana”. Non sono mancate nemmeno le sperimentazioni culinarie ad alto rischio, come quella sera in cui Moretti e il socio fondatore Cesare, nel tentativo di cucinare un'arista flambé, esagerarono con la grappa sollevando una fiammata alta fino al soffitto che rischiò di dare fuoco all'intera sede. In un territorio vastissimo ma demograficamente complesso – Gubbio è il settimo comune d'Italia per estensione, ma conta solo 30.000 abitanti – la clubhouse diventa lo strumento principale per fare rete, proteggere i ragazzi e "coccolarli" affinché rimangano legati al club. Il valore sociale e inclusivo della struttura emerge con forza straordinaria nel progetto di Rugby Integrato, coordinato da Simone Canova, allenatore e colonna della segreteria. “Avere una clubhouse nuova significa poter raggruppare tutte le famiglie e i tesserati sotto lo stesso tetto, garantendo un luogo sicuro dove i genitori possono fermarsi mentre i figli si allenano. Nel rugby integrato, i ragazzi con disabilità giocano con i normodotati, senza le timidezze o i filtri tipici degli adulti. Mangiano insieme alla Serie B o allo staff in assoluta libertà, e quando indossano la polo del club sono semplicemente giocatori”

dalla base | 09/06/2026

Club House – Juvenilia Rugby

Nel cuore del Friuli Venezia Giulia, lontano dai riflettori delle grandi città ma vicino all’essenza del rugby, la club house della Juvenilia Rugby a Bagnaria Arsa rappresenta molto più di una semplice struttura di servizio. È un punto di riferimento, un luogo di incontro e condivisione per le atlete del Forum Iulii Rugby, realtà che unisce diverse società del territorio: Pordenone Rugby, Venjulia Trieste, Black Ducks Gemona, Gorizia Rugby, Juvenilia Rugby e Montebelluna 1977. Qui, tra un allenamento e una partita, si costruiscono relazioni, si condividono esperienze e si rafforza quel senso di appartenenza che è alla base di ogni squadra. La club house diventa così uno spazio sociale prima ancora che sportivo, capace di accogliere atlete provenienti da percorsi e città diverse, creando un’identità comune. Non è raro vedere gruppi di ragazze fermarsi oltre la fine delle attività sul campo: chi ripassa appunti universitari, chi si confronta su una partita appena giocata, chi si rilassa, magari davanti a un pasto condiviso. «Per me che arrivo da fuori regione, questo posto è diventato subito una seconda casa», racconta Camilla Linarello, seconda linea padovana che studia in Friuli Venezia Giulia. «Dopo gli allenamenti ci fermiamo qui, parliamo, studiamo, ridiamo. È un modo per conoscersi davvero, oltre il campo. Il gruppo cresce anche così». Le sue parole riassumono perfettamente lo spirito del luogo: un ambiente accogliente, informale, ma profondamente significativo, in cui ogni atleta può sentirsi parte di qualcosa di più grande. La club house svolge inoltre un ruolo fondamentale anche nei momenti lontani dal campo. Durante il Sei Nazioni Femminile, infatti, diventa il punto di ritrovo per seguire insieme le partite e sostenere le Azzurre, vivendo ogni azione come una squadra nella squadra. Tra cori, commenti e condivisione, le ragazze del Forum Iulii rafforzano il proprio legame, alimentando quella passione che le unisce dentro e fuori dal terreno di gioco. In quelle occasioni, l’atmosfera si accende: ogni meta viene celebrata, ogni placcaggio discusso, ogni azione vissuta con partecipazione autentica. Un valore condiviso da chi la club house la vive e la gestisce quotidianamente. «Non è solo un luogo fisico, ma uno spazio di comunità», spiega Marzia Bianchini, una delle responsabili della Club House Juvenilia. «Qui si incontrano generazioni diverse, si organizzano momenti conviviali e si costruiscono legami che vanno oltre il rugby. È un presidio sociale importante per il territorio». E in effetti, la club house non è frequentata solo dalle atlete: famiglie, volontari e sostenitori contribuiscono a renderla un luogo vivo, dinamico, sempre aperto al confronto e alla partecipazione. In un progetto come quello del Forum Iulii femminile, che unisce realtà differenti sotto un’unica maglia, la club house assume un ruolo ancora più centrale: è il punto in cui le distanze si annullano e il gruppo prende forma. Qui si sviluppa una cultura condivisa fatta di rispetto, collaborazione e crescita reciproca. È anche uno spazio in cui si trasmettono valori fondamentali alle più giovani, che trovano nelle compagne più esperte un esempio e un sostegno. Perché il rugby si gioca in campo, ma si costruisce ogni giorno anche fuori, attorno a un tavolo, in uno spazio che sa di casa. Ed è proprio in luoghi come questo che nascono le squadre più solide: quelle che non si limitano a giocare insieme, ma imparano a vivere insieme, dentro e fuori dal campo.

dalla base | 28/04/2026

Club House – Neapolis Rugby Femminile

La clubhouse del Neapolis, squadra femminile nata da una costola della società Amatori Napoli Rugby, nasce nel 2015 in concomitanza con l’acquisizione dell’attuale struttura situata all’interno dell’ex Base NATO di Bagnoli. Un luogo che, nel giro di pochi anni, ha assunto un significato che va ben oltre la sua funzione originaria: non soltanto uno spazio logistico, ma un ambiente vivo, capace di incarnare lo spirito più autentico del rugby. Fin dalla sua fondazione, la clubhouse si è affermata come punto di riferimento imprescindibile per atlete, staff e famiglie. È qui che le giornate di gara iniziano e si concludono, è qui che si costruisce quella continuità tra campo e vita quotidiana che rappresenta uno degli elementi distintivi della cultura rugbistica. Prima del fischio d’inizio, tra concentrazione e rituali condivisi; dopo la partita, tra analisi, racconti e momenti di convivialità: ogni passaggio trova nella clubhouse il suo naturale spazio di espressione. Col tempo, questo ambiente ha saputo trasformarsi in un crocevia di storie, esperienze e generazioni. Dalle più piccole che muovono i primi passi con il pallone ovale alle atlete della prima squadra, passando per allenatori, dirigenti e volontari: ognuno contribuisce a rendere la clubhouse un luogo dinamico, in cui il senso di appartenenza si costruisce giorno dopo giorno. Non è soltanto un punto di ritrovo, ma un vero e proprio laboratorio umano, dove si trasmettono valori, si consolidano relazioni e si alimenta una visione comune. E’ il lugo dove il Sei Nazioni, che stanno disputando le ragazze di Roselli, diventa l’occasione per rendere vivi i valori e i principi attono a cui si costruisce giorno dopo giorno l’identità del club. In questo contesto, la dimensione dell’accoglienza assume un ruolo centrale. La testimonianza di Valentina Alvarez, atleta colombiana arrivata a Napoli per vivere da vicino l’esperienza del rugby italiano, restituisce con immediatezza la forza di questo ambiente:“Qui a Napoli ho trovato una famiglia, nessuno mi ha mai fatto sentire sola. Fin dal primo giorno sono stata accolta con calore e affetto. Quando ero in Colombia le squadre nazionali europee mi sembravano estremamente lontane, oggi non posso dire lo stesso. Ogni azione sento di viverla sulla mia pelle, contribuire allo sviluppo di questo movimento mi fa rendere conto sempre di più che stiamo costruendo qualcosa di veramente grande. Non vedo l’ora di vedere una loro partita allo stadio.” Le sue parole raccontano un aspetto fondamentale: la clubhouse non è soltanto uno spazio interno al club, ma anche una porta aperta verso l’esterno, capace di attrarre, includere e mettere in relazione realtà diverse. È un luogo in cui il rugby si fa linguaggio universale, capace di superare confini geografici e culturali. A completare questo quadro è il contributo silenzioso ma essenziale di chi, lontano dai riflettori del campo, rende possibile tutto il resto. Nicola Campoccio, storico collaboratore della cucina, rappresenta una di queste figure:“È da vent’anni che sono legato a questo club, da quando mio figlio mi portò a vedere la sua prima partita. Da allora non me ne sono più andato. Ho visto passare intere generazioni: tante bambine e tanti bambini muovere i primi passi rugbistici su questo campo e crescere, fino ad arrivare a giocare in prima squadra. È sempre un enorme piacere dar loro da mangiare, è un modo per prendermi cura di loro anche fuori dal campo.” Il suo racconto mette in luce un altro elemento distintivo: la cura. Non solo quella tecnica o atletica, ma quella quotidiana, fatta di gesti concreti e attenzioni che contribuiscono a creare un ambiente familiare. Anche nei momenti più complessi, come durante i grandi tornei, questo spirito non viene meno:“La fatica non manca, soprattutto nei momenti più intensi, come durante i tornei. Ricordo ancora quando mi trovai a preparare il pasto per 800 bambini: una giornata impegnativa, ma anche piena di soddisfazione. Alla fine, però, quello che conta davvero è altro. La mia soddisfazione più grande è vederli tornare sempre qui, in clubhouse, anche dopo tanti anni, con le loro radici ben salde. Questo vuol dire che abbiamo fatto qualcosa di buono, che abbiamo costruito non solo una squadra, ma una vera comunità.” Ed è proprio questo il punto: la clubhouse del Neapolis non è soltanto il cuore pulsante della struttura, ma il simbolo di un’identità condivisa. Un luogo in cui il tempo non cancella i legami, ma li rafforza; in cui ogni ritorno rappresenta una conferma del lavoro svolto; in cui il rugby smette di essere soltanto uno sport per diventare esperienza, memoria e futuro. Guardando avanti, la clubhouse continua a rappresentare una base solida su cui costruire. Non solo per sostenere l’attività sportiva, ma per alimentare quel tessuto umano che rende unico ogni club. Perché, al di là dei risultati, ciò che resta davvero sono le relazioni, le storie e il senso di appartenenza che luoghi come questo riescono a generare e custodire nel tempo.

dalla base | 17/04/2026

Club House – Modena Rugby 1965

Al Modena Rugby 1965, la club house è quel posto dove le esperienze di campo, si fondono con la comunità del rugby, per far vivere il club oltre il momento sportivo. Un luogo dove generazioni diverse si incontrano e dove la passione per la palla ovale trova una dimensione collettiva: questo spirito affonda le radici in una storia lunga decenni. Giovanni Malagoli, consigliere e veterano del club, ricorda bene quando una vera club house ancora non esisteva. «Sono nel Modena Rugby dal 1973, quando avevo dieci anni e giocavo negli Aquilotti. All’epoca non c’era una clubhouse vera e propria.» Il club si trovava allora nel campo di via Gasparini, dove il rugby si viveva con mezzi semplici ma con grande spirito di comunità. «La clubhouse la facevamo noi», racconta Malagoli. «Alla fine degli allenamenti o delle partite usavamo una stanza dietro gli spogliatoi come magazzino e poi tiravamo fuori tavoli e panche. Quando il tempo lo permetteva apparecchiavamo davanti agli spogliatoi. Era tutto molto semplice, quasi rurale, ma era bellissimo.» Il salto arrivò quando il presidente storico Luciano Zanetti annunciò la costruzione di una vera club house sopra gli spogliatoi. «Una domenica eravamo fuori come sempre a chiacchierare dopo la partita. A un certo punto sentiamo un fischio, si apre la finestra del primo piano e Zanetti urla: “Ragazzi, abbiamo la clubhouse! Potete salire, oggi si festeggia qui”. Quello è stato l’inizio.» Da allora quello spazio è diventato il cuore sociale del club. Un luogo dove, come dice Malagoli, «se vuoi trovare qualcuno del Modena Rugby, vieni qui e lo trovi». Ed è proprio qui che il rugby locale si collega a quello internazionale. Quando sugli schermi scorrono le partite del Sei Nazioni, la club house si riempie e la dimensione del club si unisce a quella della Nazionale. Davanti alle partite della Nazionale italiana di rugby, dirigenti, giocatori, ex giocatori, genitori e ragazzi del settore giovanile si ritrovano nello stesso posto, trasformando la visione della partita in un vero rito collettivo. Per Luca Venturelli, giocatore della prima squadra e allenatore dell’Under 18, è proprio questo il valore della club house. «È il posto in cui si festeggiano le vittorie e dove ci si ritrova anche quando la domenica non è andata bene. Qui si parla con i compagni, con i tifosi, con tutte le persone che fanno parte del club.» Uno dei suoi ricordi più forti è legato proprio a una partita della Nazionale. «Ricordo l’ultima partita dei gironi del Mondiale 2007, Italia-Scozia. La club house non era ancora finita, era ancora in costruzione, ma avevamo montato un maxi schermo e ci siamo trovati tutti lì: dai ragazzini ai veterani. Prima l’emozione, poi purtroppo la delusione della sconfitta. Ma è uno dei primi ricordi che ho di questo posto pieno di persone.» Momenti come questi trasformano la club house in qualcosa di più di un semplice spazio del club: diventano occasioni in cui il rugby si vive insieme, come comunità. Lo sottolinea anche Cinzia Rosselli, accompagnatrice dell’Under 18 e mamma di un giocatore. «Sono qui da quattordici anni. Mio figlio aveva quattro anni quando ha iniziato e la maglia gli faceva quasi da accappatoio», racconta sorridendo. Nel tempo ha iniziato a dare una mano nell’organizzazione della squadra e ha visto crescere intere generazioni di ragazzi dentro e fuori dal campo. «La club house è il cuore della società», spiega. «È lo spazio dove si condividono successi e difficoltà e dove si creano legami tra giocatori, allenatori, famiglie e appassionati.» E quando gioca l’Italia, quel legame si allarga ancora di più. «È un po’ come nell’antica Grecia: la nostra agorà», dice. «Il posto dove la comunità si ritrova prima e dopo le partite.» In quei momenti il confine tra club e Nazionale si assottiglia: i più giovani guardano la partita accanto ai più grandi, si commentano le azioni, si rivivono le esperienze di campo e si trasmettono valori e storie. È così che la club house diventa il ponte tra il rugby giocato ogni settimana e quello della maglia azzurra: un luogo dove la passione per il club incontra quella per l’Italia e dove ogni partita, soprattutto durante il Sei Nazioni, si trasforma in un rito condiviso.

dalla base | 18/03/2026

FIR insieme a Pam Panorama: l’intervista al Dott. Alessio Montagnoli, nutrizionista della Nazionale Maschile

La Federazione Italiana Rugby e Pam Panorama uniscono le forze in una partnership fondata su valori condivisi: forza, passione e qualità. Pam Panorama è partner ufficiale per la fornitura delle carni delle Squadre Nazionali Seniores Maschili e Femminili e della Nazionale Under 20, per accompagnare gli Azzurri e le Azzurre in un percorso che celebra eccellenza sportiva, gioco di squadra e corretta alimentazione. Alla base dell’accordo c’è un impegno concreto verso qualità, sicurezza e attenzione nutrizionale: proprio come sul campo servono preparazione, dedizione e spirito di sacrificio, anche nella scelta delle materie prime contano autenticità, trasparenza e cura. Attraverso questa collaborazione, Pam Panorama contribuisce al sostegno delle performance delle Nazionali italiane di rugby e promuove al tempo stesso una cultura della buona alimentazione, fondata su equilibrio, responsabilità e qualità certificata. Con l’obiettivo di contribuire alla divulgazione di una corretta cultura alimentare, il Dottor Alessio Montagnoli, nutrizionista della Nazionale Italiana di Rugby, risponde ad alcune delle domande più comuni relative al consumo di carne in ambito sportivo, con particolare riferimento alla sua esperienza nel rugby Montagnoli segue l’alimentazione e l’integrazione degli atleti durante i raduni, occupandosi della costruzione dei menù di squadra in base all’organizzazione di allenamenti e partite; lavora a stretto contatto con le cucine delle strutture che ospitano la Nazionale, con l’obiettivo di garantire sempre materie prime di qualità, il giusto apporto di macronutrienti e un corretto timing dei pasti - perché anche a tavola si costruisce la performance. Quali sono le principali caratteristiche nutrizionali della carne? La carne è composta principalmente da proteine ad alto valore biologico, cioè in grado di fornire tutti gli amminoacidi essenziali necessari all’organismo. A seconda dell’animale e del taglio scelto, può contenere quantità diverse di grassi, mentre i carboidrati sono praticamente assenti. La carne è inoltre una fonte importante di micronutrienti fondamentali come il ferro-eme – una forma di ferro altamente biodisponibile – lo zinco e le vitamine del gruppo B, in particolare la vitamina B12. Perché il consumo di carne è utile per un/a rugbista? Per uno sport come il rugby, che unisce forza esplosiva e resistenza prolungata, la carne rappresenta un alimento particolarmente funzionale. Gli amminoacidi essenziali supportano la costruzione e la riparazione della massa muscolare, il ferro contribuisce a una corretta ossigenazione dei tessuti, mentre le vitamine del gruppo B e lo zinco giocano un ruolo chiave nel metabolismo energetico, nel sistema immunitario e nei processi di recupero. La carne è inoltre una fonte naturale di creatina, molto utile negli sport di potenza. Quanta carne consuma un/un’atleta di rugby? Non esiste una quantità uguale per tutti: ogni atleta ha abitudini, corporatura e stile di vita diversi. È però evidente che, rispetto alla popolazione generale, un rugbista ha un fabbisogno calorico, proteico e di micronutrienti decisamente più elevato. In un’alimentazione onnivora, questo si traduce spesso in un consumo di carne mediamente superiore rispetto a chi non pratica sport ad alto livello. Che differenza c’è tra carne bianca e carne rossa? La principale differenza riguarda la concentrazione di emoglobina e mioglobina, le proteine coinvolte nel trasporto e nello stoccaggio del ferro nel muscolo. Le carni rosse, come manzo e vitello, ne contengono una quantità maggiore e risultano quindi più ricche di ferro. Le carni bianche, come pollo e tacchino, sono generalmente più leggere e digeribili. Va però sempre considerato il taglio scelto: esistono carni rosse molto magre e carni bianche più ricche di grassi. Come vengono scelte le carni nei menù della Nazionale maschile? Uno dei criteri principali è la digeribilità. I tagli più leggeri vengono utilizzati nei pasti che precedono allenamenti e partite, mentre carni più strutturate o leggermente più grasse trovano spazio nei pasti lontani dall’attività sportiva, quando l’organismo ha più tempo per digerire e recuperare. La provenienza dell’animale incide sulla qualità della carne? Sì, in modo determinante. Da un animale allevato correttamente, in salute e nel rispetto dei suoi ritmi naturali, deriva un tessuto muscolare di qualità superiore. Questo si traduce in una carne migliore sia dal punto di vista nutrizionale sia qualitativo, particolarmente adatta alle esigenze di un atleta di alto livello.

News | 11/03/2026

Club House – Rugby Carpi

La club house del Rugby Carpi è il luogo dove il terzo tempo continua anche quando non si è appena scesi dal campo. È lo spazio in cui generazioni diverse si siedono allo stesso tavolo: chi ha iniziato quando ancora non c’era un campo vero e proprio, chi oggi veste la maglia dell’U18, chi accompagna i figli e finisce per sentirsi parte integrante della squadra. Ed è qui che il rugby si vive insieme, soprattutto quando gioca la Nazionale. Per Gianfranco Mazzi, genitore, consigliere e anima della club house del Rugby Carpi il significato è chiarissimo: «La club house è fondamentale per la vita di una società rugbistica. È il luogo del terzo tempo, ma può diventare molto di più: uno spazio di ritrovo, di amicizia, di unione». Durante l’anno è il cuore della vita sociale del club. Ma c’è un momento in cui tutto si amplifica: quando sugli schermi scorrono le partite del Sei Nazioni. In quei pomeriggi la club house si trasforma. Le sedie si avvicinano, i tavoli si riempiono, qualcuno controlla che dalla cucina esca qualcosa di caldo. Poi, all’improvviso: «Ragazzi, inizia l’inno!» E il brusio lascia spazio a un silenzio carico di emozione. Quando scende in campo la Nazionale italiana di rugby, non esistono categorie o ruoli: dirigenti, giocatori di Serie C, ragazzi dell’U18, genitori, volontari. Tutti insieme, una sola voce. Tommaso Zanni, giocatore del Rugby Carpi, lo racconta così: «Il terzo tempo è quello che tutti aspettano dopo una partita. È il momento vivo, dove si parla, ci si scambiano opinioni. Se il rugby vive di placcaggio, la club house è l’anima del terzo tempo.» E quando il Sei Nazioni si guarda insieme, quello spirito si rinnova. Si soffre per un placcaggio mancato, si esplode per una meta, si applaude anche nella sconfitta. I più piccoli osservano i grandi, imparano quando cantare, quando alzarsi in piedi, quando rispettare il silenzio dell’avversario. Gianfranco Mazzi sorride ricordando un episodio: «Una volta, durante una partita dell’Italia particolarmente combattuta, alla meta decisiva si è rovesciato un tavolo per l’esultanza. Bicchieri ovunque, sedie spostate… ma nessuno si è lamentato. Ci siamo messi a ridere e abbiamo sistemato tutto insieme. È questo lo spirito.» E poi aggiunge: «All’inizio non avevamo una vera club house. Dovevamo portare tutto da casa: griglie, cibo, tavoli. Ma la voglia di stare insieme non è mai mancata.» Tommaso Zanni completa il pensiero: «Quando non c’era una club house fisica, la club house eravamo noi. Ovunque ci riunivamo diventava la nostra casa. Guardare il Sei Nazioni in club house non è solo seguire una competizione internazionale. È un rito che viviamo insieme. È trasmettere valori, raccontare storie, sentirsi parte di qualcosa che va oltre il campo. Perché se il rugby è fatto di mischie e placcaggi, la club house è fatta di condivisione". Ed è lì, davanti alla Nazionale, che la passione diventa davvero famiglia.

dalla base | 27/02/2026

Club House – Rugby Rovato 1976

Le Club House sono quel luogo dove una partita di rugby diventa rito collettivo, gioia o delusione condivisa. Un tempo sospeso che riparte a cadenzare l’esistenza dopo ottanta minuti in cui un gruppo di persone s’identifica in una maglia, quella azzurra, e spinge con il pensiero quindici ragazzi, molti dei quali in quei luoghi sono cresciuti con il pane e salamella tra le mani.  La Club House del Rugby Rovato non fa eccezione: tutti insieme soffrono, esultano e a fine partita analizzano la sconfitta o celebrano la vittoria dell'Italia. Sempre insieme. Perché nel rugby, da queste parti, anche il tifo è un fatto di squadra e quando gioca la Nazionale è l'occasione per ricordare e ricordarsi che tutto ha un senso nel vedere 'i gnari' giocare ai più alti livelli.  A raccontarlo è Sandro Frassine, responsabile della club house e coordinatore dei volontari: «Sono legato al Rugby Rovato da circa trent’anni. Non sono un ex giocatore, sono un genitore. Mi sono affezionato al club e ho iniziato a dare una mano, rimanendo affascinato da questo ambiente familiare».Un ambiente che vive grazie a un gruppo di volontari che anima quotidianamente la club house, con il supporto crescente anche dei giocatori stessi. «I giocatori fanno gruppo in campo – spiega Frassine – dirigenti, volontari e genitori lo fanno fuori dal campo. Ed è qui che si costruiscono i legami e l’identità del club». La storia della Club House accompagna la crescita della società. Lo ricorda Giuseppe Lanzi, dirigente del Rugby Rovato: «Un punto di ritrovo e di aggregazione. Nel rugby significa avere una marcia in più. Noi siamo fortunati perché abbiamo volontari che la fanno funzionare».Dalle prime strutture con un solo campo in erba, fino all’ampliamento con il secondo campo e il sintetico, la Club House è stata una naturale prosecuzione di questo percorso. «Ho vissuto tutte le fasi della crescita – racconta Lanzi – prima da giocatore e poi da dirigente. Questa club house è stata testimone di momenti importanti: è qui che ci si ritrova dopo le sconfitte ed è qui che si festeggiano le vittorie». Momenti che restano nella memoria collettiva del club, come la storica festa promozione ai tempi della Leonessa, culminata con l’ingresso nel Top Ten: «Qualcosa di indimenticabile», sottolinea Lanzi. E poi c’è chi la Club House la vive anche attraverso i profumi e i sapori. Come Adriano Campana, cuoco “per passione”, anzi cuciniere, come ama definirsi: «Ho iniziato a giocare a rugby al liceo, poi mi sono allontanato per lavoro. Sono tornato dopo vent’anni con i miei figli e, quasi per caso, mi sono ritrovato a cucinare qui».Non un professionista, ma un volontario che mette passione in ogni piatto. «La club house è il luogo dove nascono e si cementano amicizie. La vita può portarti lontano, puoi farti perdere di vista, ma poi ci si ritrova qui e sembra che il tempo non sia mai passato». Tra un piatto che cambia menu e un aneddoto che fa ancora ridere – come quella volta in cui un genitore rimase chiuso in bagno proprio alla vigilia di una trasferta – la Club House del Rugby Rovato continua a essere un rito collettivo. Un luogo dove il rugby non si gioca soltanto, ma si condivide. Dentro e fuori dal campo.

dalla base | 18/02/2026