Autore: Claudia Parola
Club House – Modena Rugby 1965
Al Modena Rugby 1965, la club house è quel posto dove le esperienze di campo, si fondono con la comunità del rugby, per far vivere il club oltre il momento sportivo. Un luogo dove generazioni diverse si incontrano e dove la passione per la palla ovale trova una dimensione collettiva: questo spirito affonda le radici in una storia lunga decenni. Giovanni Malagoli, consigliere e veterano del club, ricorda bene quando una vera club house ancora non esisteva. «Sono nel Modena Rugby dal 1973, quando avevo dieci anni e giocavo negli Aquilotti. All’epoca non c’era una clubhouse vera e propria.» Il club si trovava allora nel campo di via Gasparini, dove il rugby si viveva con mezzi semplici ma con grande spirito di comunità. «La clubhouse la facevamo noi», racconta Malagoli. «Alla fine degli allenamenti o delle partite usavamo una stanza dietro gli spogliatoi come magazzino e poi tiravamo fuori tavoli e panche. Quando il tempo lo permetteva apparecchiavamo davanti agli spogliatoi. Era tutto molto semplice, quasi rurale, ma era bellissimo.» Il salto arrivò quando il presidente storico Luciano Zanetti annunciò la costruzione di una vera club house sopra gli spogliatoi. «Una domenica eravamo fuori come sempre a chiacchierare dopo la partita. A un certo punto sentiamo un fischio, si apre la finestra del primo piano e Zanetti urla: “Ragazzi, abbiamo la clubhouse! Potete salire, oggi si festeggia qui”. Quello è stato l’inizio.» Da allora quello spazio è diventato il cuore sociale del club. Un luogo dove, come dice Malagoli, «se vuoi trovare qualcuno del Modena Rugby, vieni qui e lo trovi». Ed è proprio qui che il rugby locale si collega a quello internazionale. Quando sugli schermi scorrono le partite del Sei Nazioni, la club house si riempie e la dimensione del club si unisce a quella della Nazionale. Davanti alle partite della Nazionale italiana di rugby, dirigenti, giocatori, ex giocatori, genitori e ragazzi del settore giovanile si ritrovano nello stesso posto, trasformando la visione della partita in un vero rito collettivo. Per Luca Venturelli, giocatore della prima squadra e allenatore dell’Under 18, è proprio questo il valore della club house. «È il posto in cui si festeggiano le vittorie e dove ci si ritrova anche quando la domenica non è andata bene. Qui si parla con i compagni, con i tifosi, con tutte le persone che fanno parte del club.» Uno dei suoi ricordi più forti è legato proprio a una partita della Nazionale. «Ricordo l’ultima partita dei gironi del Mondiale 2007, Italia-Scozia. La club house non era ancora finita, era ancora in costruzione, ma avevamo montato un maxi schermo e ci siamo trovati tutti lì: dai ragazzini ai veterani. Prima l’emozione, poi purtroppo la delusione della sconfitta. Ma è uno dei primi ricordi che ho di questo posto pieno di persone.» Momenti come questi trasformano la club house in qualcosa di più di un semplice spazio del club: diventano occasioni in cui il rugby si vive insieme, come comunità. Lo sottolinea anche Cinzia Rosselli, accompagnatrice dell’Under 18 e mamma di un giocatore. «Sono qui da quattordici anni. Mio figlio aveva quattro anni quando ha iniziato e la maglia gli faceva quasi da accappatoio», racconta sorridendo. Nel tempo ha iniziato a dare una mano nell’organizzazione della squadra e ha visto crescere intere generazioni di ragazzi dentro e fuori dal campo. «La club house è il cuore della società», spiega. «È lo spazio dove si condividono successi e difficoltà e dove si creano legami tra giocatori, allenatori, famiglie e appassionati.» E quando gioca l’Italia, quel legame si allarga ancora di più. «È un po’ come nell’antica Grecia: la nostra agorà», dice. «Il posto dove la comunità si ritrova prima e dopo le partite.» In quei momenti il confine tra club e Nazionale si assottiglia: i più giovani guardano la partita accanto ai più grandi, si commentano le azioni, si rivivono le esperienze di campo e si trasmettono valori e storie. È così che la club house diventa il ponte tra il rugby giocato ogni settimana e quello della maglia azzurra: un luogo dove la passione per il club incontra quella per l’Italia e dove ogni partita, soprattutto durante il Sei Nazioni, si trasforma in un rito condiviso.
dalla base | 18/03/2026
FIR insieme a Pam Panorama: l’intervista al Dott. Alessio Montagnoli, nutrizionista della Nazionale Maschile
La Federazione Italiana Rugby e Pam Panorama uniscono le forze in una partnership fondata su valori condivisi: forza, passione e qualità. Pam Panorama è partner ufficiale per la fornitura delle carni delle Squadre Nazionali Seniores Maschili e Femminili e della Nazionale Under 20, per accompagnare gli Azzurri e le Azzurre in un percorso che celebra eccellenza sportiva, gioco di squadra e corretta alimentazione. Alla base dell’accordo c’è un impegno concreto verso qualità, sicurezza e attenzione nutrizionale: proprio come sul campo servono preparazione, dedizione e spirito di sacrificio, anche nella scelta delle materie prime contano autenticità, trasparenza e cura. Attraverso questa collaborazione, Pam Panorama contribuisce al sostegno delle performance delle Nazionali italiane di rugby e promuove al tempo stesso una cultura della buona alimentazione, fondata su equilibrio, responsabilità e qualità certificata. Con l’obiettivo di contribuire alla divulgazione di una corretta cultura alimentare, il Dottor Alessio Montagnoli, nutrizionista della Nazionale Italiana di Rugby, risponde ad alcune delle domande più comuni relative al consumo di carne in ambito sportivo, con particolare riferimento alla sua esperienza nel rugby Montagnoli segue l’alimentazione e l’integrazione degli atleti durante i raduni, occupandosi della costruzione dei menù di squadra in base all’organizzazione di allenamenti e partite; lavora a stretto contatto con le cucine delle strutture che ospitano la Nazionale, con l’obiettivo di garantire sempre materie prime di qualità, il giusto apporto di macronutrienti e un corretto timing dei pasti - perché anche a tavola si costruisce la performance. Quali sono le principali caratteristiche nutrizionali della carne? La carne è composta principalmente da proteine ad alto valore biologico, cioè in grado di fornire tutti gli amminoacidi essenziali necessari all’organismo. A seconda dell’animale e del taglio scelto, può contenere quantità diverse di grassi, mentre i carboidrati sono praticamente assenti. La carne è inoltre una fonte importante di micronutrienti fondamentali come il ferro-eme – una forma di ferro altamente biodisponibile – lo zinco e le vitamine del gruppo B, in particolare la vitamina B12. Perché il consumo di carne è utile per un/a rugbista? Per uno sport come il rugby, che unisce forza esplosiva e resistenza prolungata, la carne rappresenta un alimento particolarmente funzionale. Gli amminoacidi essenziali supportano la costruzione e la riparazione della massa muscolare, il ferro contribuisce a una corretta ossigenazione dei tessuti, mentre le vitamine del gruppo B e lo zinco giocano un ruolo chiave nel metabolismo energetico, nel sistema immunitario e nei processi di recupero. La carne è inoltre una fonte naturale di creatina, molto utile negli sport di potenza. Quanta carne consuma un/un’atleta di rugby? Non esiste una quantità uguale per tutti: ogni atleta ha abitudini, corporatura e stile di vita diversi. È però evidente che, rispetto alla popolazione generale, un rugbista ha un fabbisogno calorico, proteico e di micronutrienti decisamente più elevato. In un’alimentazione onnivora, questo si traduce spesso in un consumo di carne mediamente superiore rispetto a chi non pratica sport ad alto livello. Che differenza c’è tra carne bianca e carne rossa? La principale differenza riguarda la concentrazione di emoglobina e mioglobina, le proteine coinvolte nel trasporto e nello stoccaggio del ferro nel muscolo. Le carni rosse, come manzo e vitello, ne contengono una quantità maggiore e risultano quindi più ricche di ferro. Le carni bianche, come pollo e tacchino, sono generalmente più leggere e digeribili. Va però sempre considerato il taglio scelto: esistono carni rosse molto magre e carni bianche più ricche di grassi. Come vengono scelte le carni nei menù della Nazionale maschile? Uno dei criteri principali è la digeribilità. I tagli più leggeri vengono utilizzati nei pasti che precedono allenamenti e partite, mentre carni più strutturate o leggermente più grasse trovano spazio nei pasti lontani dall’attività sportiva, quando l’organismo ha più tempo per digerire e recuperare. La provenienza dell’animale incide sulla qualità della carne? Sì, in modo determinante. Da un animale allevato correttamente, in salute e nel rispetto dei suoi ritmi naturali, deriva un tessuto muscolare di qualità superiore. Questo si traduce in una carne migliore sia dal punto di vista nutrizionale sia qualitativo, particolarmente adatta alle esigenze di un atleta di alto livello.
News | 11/03/2026
Club House – Rugby Carpi
La club house del Rugby Carpi è il luogo dove il terzo tempo continua anche quando non si è appena scesi dal campo. È lo spazio in cui generazioni diverse si siedono allo stesso tavolo: chi ha iniziato quando ancora non c’era un campo vero e proprio, chi oggi veste la maglia dell’U18, chi accompagna i figli e finisce per sentirsi parte integrante della squadra. Ed è qui che il rugby si vive insieme, soprattutto quando gioca la Nazionale. Per Gianfranco Mazzi, genitore, consigliere e anima della club house del Rugby Carpi il significato è chiarissimo: «La club house è fondamentale per la vita di una società rugbistica. È il luogo del terzo tempo, ma può diventare molto di più: uno spazio di ritrovo, di amicizia, di unione». Durante l’anno è il cuore della vita sociale del club. Ma c’è un momento in cui tutto si amplifica: quando sugli schermi scorrono le partite del Sei Nazioni. In quei pomeriggi la club house si trasforma. Le sedie si avvicinano, i tavoli si riempiono, qualcuno controlla che dalla cucina esca qualcosa di caldo. Poi, all’improvviso: «Ragazzi, inizia l’inno!» E il brusio lascia spazio a un silenzio carico di emozione. Quando scende in campo la Nazionale italiana di rugby, non esistono categorie o ruoli: dirigenti, giocatori di Serie C, ragazzi dell’U18, genitori, volontari. Tutti insieme, una sola voce. Tommaso Zanni, giocatore del Rugby Carpi, lo racconta così: «Il terzo tempo è quello che tutti aspettano dopo una partita. È il momento vivo, dove si parla, ci si scambiano opinioni. Se il rugby vive di placcaggio, la club house è l’anima del terzo tempo.» E quando il Sei Nazioni si guarda insieme, quello spirito si rinnova. Si soffre per un placcaggio mancato, si esplode per una meta, si applaude anche nella sconfitta. I più piccoli osservano i grandi, imparano quando cantare, quando alzarsi in piedi, quando rispettare il silenzio dell’avversario. Gianfranco Mazzi sorride ricordando un episodio: «Una volta, durante una partita dell’Italia particolarmente combattuta, alla meta decisiva si è rovesciato un tavolo per l’esultanza. Bicchieri ovunque, sedie spostate… ma nessuno si è lamentato. Ci siamo messi a ridere e abbiamo sistemato tutto insieme. È questo lo spirito.» E poi aggiunge: «All’inizio non avevamo una vera club house. Dovevamo portare tutto da casa: griglie, cibo, tavoli. Ma la voglia di stare insieme non è mai mancata.» Tommaso Zanni completa il pensiero: «Quando non c’era una club house fisica, la club house eravamo noi. Ovunque ci riunivamo diventava la nostra casa. Guardare il Sei Nazioni in club house non è solo seguire una competizione internazionale. È un rito che viviamo insieme. È trasmettere valori, raccontare storie, sentirsi parte di qualcosa che va oltre il campo. Perché se il rugby è fatto di mischie e placcaggi, la club house è fatta di condivisione". Ed è lì, davanti alla Nazionale, che la passione diventa davvero famiglia.
dalla base | 27/02/2026
Club House – Rugby Rovato 1976
Le Club House sono quel luogo dove una partita di rugby diventa rito collettivo, gioia o delusione condivisa. Un tempo sospeso che riparte a cadenzare l’esistenza dopo ottanta minuti in cui un gruppo di persone s’identifica in una maglia, quella azzurra, e spinge con il pensiero quindici ragazzi, molti dei quali in quei luoghi sono cresciuti con il pane e salamella tra le mani. La Club House del Rugby Rovato non fa eccezione: tutti insieme soffrono, esultano e a fine partita analizzano la sconfitta o celebrano la vittoria dell'Italia. Sempre insieme. Perché nel rugby, da queste parti, anche il tifo è un fatto di squadra e quando gioca la Nazionale è l'occasione per ricordare e ricordarsi che tutto ha un senso nel vedere 'i gnari' giocare ai più alti livelli. A raccontarlo è Sandro Frassine, responsabile della club house e coordinatore dei volontari: «Sono legato al Rugby Rovato da circa trent’anni. Non sono un ex giocatore, sono un genitore. Mi sono affezionato al club e ho iniziato a dare una mano, rimanendo affascinato da questo ambiente familiare».Un ambiente che vive grazie a un gruppo di volontari che anima quotidianamente la club house, con il supporto crescente anche dei giocatori stessi. «I giocatori fanno gruppo in campo – spiega Frassine – dirigenti, volontari e genitori lo fanno fuori dal campo. Ed è qui che si costruiscono i legami e l’identità del club». La storia della Club House accompagna la crescita della società. Lo ricorda Giuseppe Lanzi, dirigente del Rugby Rovato: «Un punto di ritrovo e di aggregazione. Nel rugby significa avere una marcia in più. Noi siamo fortunati perché abbiamo volontari che la fanno funzionare».Dalle prime strutture con un solo campo in erba, fino all’ampliamento con il secondo campo e il sintetico, la Club House è stata una naturale prosecuzione di questo percorso. «Ho vissuto tutte le fasi della crescita – racconta Lanzi – prima da giocatore e poi da dirigente. Questa club house è stata testimone di momenti importanti: è qui che ci si ritrova dopo le sconfitte ed è qui che si festeggiano le vittorie». Momenti che restano nella memoria collettiva del club, come la storica festa promozione ai tempi della Leonessa, culminata con l’ingresso nel Top Ten: «Qualcosa di indimenticabile», sottolinea Lanzi. E poi c’è chi la Club House la vive anche attraverso i profumi e i sapori. Come Adriano Campana, cuoco “per passione”, anzi cuciniere, come ama definirsi: «Ho iniziato a giocare a rugby al liceo, poi mi sono allontanato per lavoro. Sono tornato dopo vent’anni con i miei figli e, quasi per caso, mi sono ritrovato a cucinare qui».Non un professionista, ma un volontario che mette passione in ogni piatto. «La club house è il luogo dove nascono e si cementano amicizie. La vita può portarti lontano, puoi farti perdere di vista, ma poi ci si ritrova qui e sembra che il tempo non sia mai passato». Tra un piatto che cambia menu e un aneddoto che fa ancora ridere – come quella volta in cui un genitore rimase chiuso in bagno proprio alla vigilia di una trasferta – la Club House del Rugby Rovato continua a essere un rito collettivo. Un luogo dove il rugby non si gioca soltanto, ma si condivide. Dentro e fuori dal campo.
dalla base | 18/02/2026
Club House – Artena Rugby Red Blu
La Club House dell’Artena Rugby Red Blu ASD non è uno spazio definito da muri o coordinate precise, ma un’idea che prende forma ogni volta che il club diventa luogo di incontro, servizio e condivisione. Un modello di socialità che il 5 gennaio 2026 ha trovato una delle sue espressioni più significative nella cena organizzata presso il Museo del Rugby, a margine del raduno romano della Nazionale Femminile e della Nazionale Femminile Under 21. Un’iniziativa che rientra a pieno titolo nelle attività della Club House, da sempre mobile e flessibile, e che contribuisce in maniera sostanziale anche al sostentamento del Museo stesso, trasformato per l’occasione in uno spazio di accoglienza e convivialità, immerso nella memoria e nella cultura del rugby. Per chi vive quotidianamente la società, la Club House è prima di tutto una casa. «Collaboro al progetto Club House dell’Artena Rugby Red Blu da otto anni», racconta Giulia Pironi: «Ho iniziato dopo una separazione, sono approdata alla società con i miei ragazzi. Ho conosciuto Corrado Mattoccia (Presidente del club) e tutto lo staff, praticamente è stata la mia rinascita: mi hanno fatto sentire subito a casa, una di loro nonostante fossi appena arrivata». Un senso di appartenenza che si riflette anche nell’esperienza dei figli: «I miei figli, quando vanno al campo o al Museo, sanno di stare a casa, si trovano bene. Anche nei momenti di crisi, dove si va? Andiamo al campo a ricaricarci, a giocare, a sfogarci, a ritrovare le persone con cui stiamo bene». Dal 2019 i ragazzi praticano rugby - attualmente nelle categorie Under 14, Under 12 e Under 10 - inseriti in una realtà che vive grazie alla partecipazione attiva delle famiglie. «Quando ci sono degli eventi siamo sempre i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarcene, perché ci piace stare insieme», spiega Giulia, che al club ricopre un ruolo trasversale: «Sono un po’ una tuttofare: mi occupo di lavare i piatti, pulire gli spogliatoi, servire a tavola, preparare le maglie quando è ora di consegnarle, compilare la lista gara. La nostra associazione si basa su di noi, quindi sui genitori che danno la propria disponibilità, in base a quello che sanno fare». Con una nota di leggerezza che restituisce il clima che si respira: «Cosa mi piace fare? Stappare le bottiglie». All’interno di questo sistema, la cucina rappresenta uno degli elementi centrali della vita del club. Ubaldo Mattozzi collabora con l’Artena Rugby Red Blu dagli albori della società, e ha attraversato diverse fasi della sua storia. «Io e parte delle persone che collaborano con il club ci conosciamo da circa quarant’anni», racconta. «Ho fatto un po’ di tutto: ho costruito i tavoli dove stiamo mangiando, ad esempio. Sono un falegname, ma la mia specialità è la cucina, di cui mi occupo quasi da sempre». Un percorso iniziato proprio con il terzo tempo: «Ero entrato nel gruppo per quello, l’organizzazione del terzo tempo». Nel 2014 nasce l’idea della “cucina mobile”: «Io andavo in giro cucinando con il mio furgone e ci fermavamo ai campi per seguire la nostra squadra; con il tempo, il furgone si è trasformato in un container, è diventato sempre più attrezzato e possiamo continuare a seguire la squadra quando gioca in trasferta». Da qui il passaggio al Museo del Rugby: «In un secondo momento abbiamo immaginato di trasferire il servizio che offrivamo nella club house al Museo del Rugby, per garantire il sostentamento della struttura. All’interno delle stanze del Museo, che è aperto a tutte le persone che desiderino pranzarvi o cenare, abbiamo inserito tavoli e panche: un’immersione nella tradizione del rugby e una possibilità per sponsorizzare e garantire il sostentamento del luogo». Un’esperienza arricchita anche dall’aspetto culturale: «Garantiamo anche delle visite guidate gratuite, per chiunque lo desideri». La filosofia resta invariata: «Selezioniamo solo prodotti locali, cuciniamo come se lo facessimo per noi, appoggiandoci a chi lavora sul territorio per scegliere verdure, formaggio e carne». Con una specialità dichiarata: «Il mio piatto forte è l’amatriciana». Il progetto della Club House e del Museo è profondamente legato al territorio di Artena. «Sono artenese da sette generazioni, da sempre», spiega Americo Talone. «Amo la mia realtà e sono consapevole che possa crescere solo se ci sono persone che si danno da fare». Il rugby diventa uno strumento di valorizzazione e apertura: «Trovo nel rugby, e nel Museo, la possibilità di far conoscere Artena fuori dai suoi confini, mi ricorda quanto mi ha insegnato mio nonno». Un impegno portato avanti in maniera volontaria: «Lo faccio volentieri, in maniera disinteressata. Lo si fa per il terzo tempo, ci dà la possibilità di riscattare un paese che geograficamente è il fanalino di coda dei Castelli Romani e fanalino anteriore della Ciociaria, un comune cuscinetto ma con molte risorse e potenzialità». Artena è anche una realtà unica dal punto di vista storico e culturale: «È il centro storico pedonale non carrabile più grande d’Europa e nel periodo natalizio si svolge l’iniziativa “Artena città presepe”, con i presepi esposti nei locali abbandonati del centro storico, un’opportunità per tenere vivo un luogo dove non è sempre facile vivere e che non vogliamo far morire». Le iniziative del Museo del Rugby superano i confini locali: «Abbiamo ospiti dall’Argentina, dall’Inghilterra, ed è passata anche Portia Woodman-Wickliffe delle Black Ferns». Allo stesso tempo, le ricadute sul territorio sono concrete: «L’Artena Rugby Red Blu consente a circa 300 giovani di allenarsi e stare al campo a costo zero». Un modello che si regge sulla partecipazione: «Cosa chiediamo in cambio? Sostegno da parte dei genitori e della cittadinanza. Quanto avvenuto stasera ne è l’esempio: si cucina, si organizza il servizio e si pulisce quando l’evento è finito per garantire a chiunque, il giorno dopo, di visitare il Museo che la sera prima ha ospitato 80 persone». Per molte famiglie, il rugby è stato un percorso di scoperta graduale. Tiziana Fedeli racconta di non collaborare con il club da molto tempo, ma di essere entrata in questo mondo attraverso il figlio. «Gioca da circa dieci anni, ha conosciuto il rugby tramite la scuola e se n’è innamorato. Io devo ammettere che prima di entrare nella visione del rugby ci ho messo un po’: inizialmente non comprendevo la familiarità, l’unione che si crea tra le persone». Una visione maturata nel tempo: «Corrado Mattoccia ha cercato più volte di farci capire che, in fin dei conti, il rugby è proprio questo: è famiglia, stare insieme». Con la crescita dei ragazzi, cresce anche la rete tra i genitori: «Ora che è più grande e ogni domenica si gioca, siamo diventati una famiglia 'allargata' anche con gli altri genitori: ci si aiuta nella quotidianità, anche solo per la gestione degli spostamenti o per il supporto reciproco quando i ragazzi passano momenti di crisi». Un’esperienza che Tiziana consiglia anche a chi non conosce questo sport: «Consiglierei a chiunque di avvicinarsi allo sport, qualunque tipo di sport. Nel caso del rugby, anche semplicemente venendo allo stadio per vedere una partita, c’è un clima fantastico». Un’impressione confermata da chi si avvicina per la prima volta: «L’anno scorso siamo venuti all’Olimpico con degli amici: uno di loro mi ha detto “è lo sport che mi piace e che spero facciano i miei figli”». «Il rugby è questo – conclude – unisce, ed è una realtà che capisci davvero solo quando ci stai dentro».
News | 20/01/2026
ClubHouse – Rugby Livorno 1931
Ci sono luoghi che non sono semplici spazi: sono identità. Per il Livorno Rugby 1931, questo luogo ha un nome preciso: è la Club House. È qui che il rugby smette di essere solo sport e diventa comunità, racconto, famiglia. La società ha scelto di riportare la Club House al centro della propria vita quotidiana, restituendole il ruolo che da sempre appartiene alla tradizione della palla ovale: quello di focolare, di terreno fertile per relazioni autentiche. Una scelta culturale prima che organizzativa, perché – come ricorda la vicepresidente Francesca Lusini – «la Club House non è un locale da affidare a terzi, ma il fulcro dell’aggregazione». È qui che il club racconta se stesso senza bisogno di parole, attraverso i gesti, i riti, la condivisione. Lo dimostra un episodio che nelle ultime settimane ha fatto vibrare le mura della Club House: un gruppo di ragazzi sudafricani, arrivati a Livorno per lavoro, ha chiesto di poter vedere Italia–Sudafrica proprio lì. Non conoscevano il club, non conoscevano la città. Eppure, in pochi minuti, si sono sentiti parte di qualcosa. «Ci hanno detto che qui avevano ritrovato lo stesso spirito delle loro club house» ha spiegato Lusini. Sono poi tornati per ogni partita dei test match, e alla fine sono rimasti: amici nuovi, ma perfettamente in sintonia con il clima del Livorno Rugby. Un segnale potente di quanto certe atmosfere parlino una lingua universale. Questo spirito lo vivono ogni giorno soprattutto i giocatori. Per il capitano della prima squadra, Giacomo Gragnani, la Club House è il luogo in cui la squadra “si costruisce davvero”.«Prima delle partite mangiamo sempre allo stesso tavolo: è un rito che ci unisce. Allena l’identità, non il fisico», spiega. È anche lo spazio dove generazioni e ruoli si mescolano naturalmente: prima squadra, cadetti, Under, famiglie. «È uno dei pochi posti in cui senti che il rugby è davvero una comunità». E quando persino chi viene da lontano lo riconosce immediatamente, tutto diventa più chiaro. Lo spirito che vive nella Club House del Livorno, quello autentico, non appartiene a un territorio: appartiene alla cultura del rugby. Lusini lo definisce così: «Qui costruiamo un modo di stare insieme, ed è il valore più alto che possiamo trasmettere». In un mondo che corre, la Club House rimane un porto sicuro. Un luogo in cui fermarsi, riconoscersi, ritrovarsi. Un luogo in cui il rugby non si gioca soltanto: si vive.
dalla base | 15/12/2025
Corso Preparatori Fisici livello 1 Adolescenti
La FIR informa che si terrà a Parma (PR) dal 19 al 23 gennaio il corso per preparatori fisici livello 1 “Adolescenti”. Per la prima volta sarà inserito un modulo dedicato alla pesistica olimpica, curato direttamente da istruttori della Federpesistica; il superamento del corso darà diritto ai partecipati di usufruire di uno sconto per ulteriori corsi FIPE. Per iscriversi al corso sarà necessario compilare il modello che segue inviandolo unitamente alla copia della ricevuta di pagamento all’indirizzo centrostudi@federugby.it
FIR Informa | 04/12/2025
ClubHouse – Vespe Cogoleto Rugby
Il Vespe Cogoleto Rugby non è solo un club sportivo: è una vera e propria comunità ovale, a trenta chilometri a ponente di Genova.Il suo cuore, i suoi polmoni pulsano nella Club House del Molinetto, luogo simbolo di una passione rugbistica autentica per intensità e spirito. La Club House è l’anima del Cogoleto Rugby, il frutto di sacrificio, volontariato e amicizia: valori che da sempre sostengono la sua storia. Come il campo, anche questa nasce dalla follia e dal coraggio di un gruppo di splendidi “matti” degli anni Settanta: Crukko, Giuliano, Furio, Gabe, Anto, Ivan, Marco, Oscar e Didin. Oscar Tabor, oggi dirigente emerito del club e già presidente del Comitato Regionale Liguria della FIR, è uno di quei ragazzi. Insieme a Giuliano Ibba racconta la nascita del campo e della Club House:«Il Campo delle Vespe e la sua Club House sono una conquista fatta di carriole, volontà e amicizia. All’inizio dividiamo il terreno con i calciatori, e i rapporti non sono certo idilliaci», sorride.«Ma lì accanto si estende l’area dell’ex cantiere del raddoppio autostradale: un terreno che, con un po’ di fantasia, ha quasi le misure giuste per un campo da rugby. È la nostra occasione. Firmiamo un accordo con il Comune e iniziamo, da volontari, a costruirlo con le nostre mani.» Nella primavera del 1976 parte quella che sembra un’impresa impossibile: realizzare un campo da rugby dal nulla.Il Comune fornisce camionate di terra di riporto, la squadra – armata di carriole, pale e rastrelli – si occupa di stenderla, livellarla, togliere pietre e macigni. «C’è più sasso che terra», ricordano. «Ma la volontà è più dura della fatica».Giorno dopo giorno, sera dopo sera, il sogno prende forma. Ogni pietra grande viene raccolta a mano e gettata verso il torrente, le più piccole ammassate e portate via con le carriole. La “schiena d’asino” del campo cresce metro dopo metro, con la testardaggine tipica di chi sa che sta costruendo qualcosa che resterà. Per tre anni, tra pomeriggi invernali e serate estive, quella fatica diventa la vita stessa del gruppo. Insieme, affrontano le difficoltà, gli imprevisti e persino gli intrusi: accampamenti improvvisati, fuoristradisti in cerca di spazio, coppie in cerca di riservatezza. E anche qualche visita della polizia, tra burocrazia e goliardia. «Senza campo, la Club House è solo un sogno», raccontano. «È come pensare a una dispensa senza la cucina».Ma quel sogno, a poco a poco, si fa realtà. Tra tragedie e gioie, il campo diventa il simbolo stesso della vita.Nel novembre 1977 arriva un dolore immenso: Marco Calcagno, detto “Testun”, giocatore e amico, perde la vita a Napoli in un incidente mentre presta servizio militare. Ha solo diciannove anni. Due anni dopo, nel settembre 1979, il campo viene inaugurato e dedicato a lui, con una partita contro i suoi compagni dell’Interforze Napoli.«Quel giorno – ricordano – ci sentiamo adulti. Abbiamo costruito il nostro Twickenham.» Ma i lavori non finiscono mai. Ogni stagione porta nuove migliorie: drenaggi, riporti di terra, concimazioni, impianti di irrigazione sempre più moderni. Poi arriva la Club House, dopo anni di terzi tempi improvvisati: pasti all’autogrill, cene nelle case, locali dell’entroterra o nei sotterranei di Villa Nasturzio – ribattezzati “Il Ghetto” – e poi nella Casa del Popolo, tra birre e risate infinite. La svolta arriva all’inizio degli anni ’90: il recupero degli spogliatoi dismessi del PalaPricone di Sciarborasca, destinati alla demolizione. Soci e genitori li rimontano al Molinetto, e da lì nasce la nuova Club House, più bella del Ritz o dell’Hilton – anche se la pasta, a volte, viene o scotta o cruda. Perché la bellezza non sta nei muri, ma nello spirito: nello stesso spirito che unisce chiunque abbia indossato la maglia del Cogoleto Rugby, anche chi oggi vive lontano. È il legame invisibile che trasforma ragazzi in uomini e compagni in amici per la vita. Non è un caso se chiunque entri alla Club House – da Diego Dominguez a Tommaso Castello, da Paul Griffen al più piccolo minirugbista – la sente come casa.È un luogo caldo, familiare, popolare, pieno di storie e di volti: i ragazzi degli anni Settanta, Maria “la nonna del rugby”, cuoca burbera e generosa, e le nuove generazioni che corrono sul prato del Molinetto. Marco, piccola Vespa bionda dell’Under 6, lo racconta così, con un sorriso:«Per me la Club House del Cogoleto non è solo un posto dove si gioca a rugby, è la mia cameretta quando non sono a casa. Ci sono sempre un sacco di giochi, e a volte possiamo anche mangiare le caramelle, poche però. Quando fa freddo c’è la stufa accesa: mi siedo, bevo il tè al limone e gioco coi Lego. Mio papà si beve una birra – una sola! – con gli altri genitori. E quando li sento ridere e scherzare, mi sembra proprio di essere a casa.»
dalla base | 20/11/2025
Pubblicate le graduatorie dei bandi “Rugby Per Tutti – Restiamo in Gioco!”
La Federazione Italiana Rugby rende note le graduatorie ufficiali relative ai bandi del progetto “Rugby Per Tutti – Restiamo in Gioco!”, promosso con il supporto di Sport e Salute S.p.A. per favorire lo sviluppo e la diffusione del rugby come strumento di inclusione, partecipazione e formazione. Aggiornamento, alla data del 3 dicembre 2025: La Federazione Italiana Rugby informa che, nell’ambito del progetto “Rugby Per Tutti – Restiamo in Gioco!”, in rapporto alle linee di Intervento 1 - 2A - 2B, è stata effettuata un’integrazione della graduatoria dei Club ammessi al contributo. L’integrazione è stata deliberata dal Consiglio Federale, a seguito della rimodulazione del budget complessivo del progetto e delle nuove tempistiche definite da Sport e Salute S.p.A., che hanno consentito di ampliare la platea delle società beneficiarie. Tutti i dettagli sono disponibili e consultabili nei documenti in calce - INTEGRAZIONE LINEA DI INTERVENTO 1 - 2A - 2B Le manifestazioni di interesse sono state aperte da martedì 30 settembre a martedì 7 ottobre 2025 e hanno registrato un’ampia partecipazione di Club su tutto il territorio nazionale. L’iniziativa, articolata in tre linee di intervento, ha sostenuto attività finalizzate alla crescita e al radicamento del movimento rugbistico di base: Linea 1 – Contrasto al Drop Out: organizzazione di 180 Feste del Minirugby con la presenza di Rugby a Contatto Attenuato, per promuovere la continuità della pratica sportiva e la partecipazione dei più giovani. Linea 2A – Sviluppo del Rugby Integrato: sostegno a 20 squadre impegnate nella promozione dell’inclusione attraverso il Rugby Integrato. Linea 2B – Circuito del Rugby Integrato: contributo a 8 Club organizzatori delle Feste del Circuito Nazionale del Rugby Integrato. Le graduatorie sono state definite da una Commissione tecnica FIR, sulla base dei criteri previsti dagli Avvisi Pubblici e secondo un processo di valutazione trasparente ed equo. Le relazioni complete e gli elenchi dei Club ammessi e non ammessi al finanziamento sono consultabili ai link seguenti: Linea 1 – Contrasto al Drop Out: CONSULTA LE GRADUATORIE QUI RELAZIONE - ATTRIBUZIONE LINEA DI INTERVENTO 1Download INTEGRAZIONE - LINEA DI INTERVENTO 1Download Linea 2A – Sviluppo del Rugby Integrato: RELAZIONE - ATTRIBUZIONE LINEA DI INTERVENTO 2ADownload INTEGRAZIONE - LINEA DI INTERVENTO 2ADownload Linea 2B – Circuito del Rugby Integrato: RELAZIONE - ATTRIBUZIONE LINEA DI INTERVENTO 2BDownload INTEGRAZIONE - LINEA DI INTERVENTO 2BDownload
FIR Informa | 17/10/2025
Undici ottobre: la storia di Emanuele Tomò, nel Coming out day
Nel giorno dedicato al Coming Out, il mondo dello sport e del rugby in particolare rinnova il suo impegno per l’inclusione, il rispetto e la libertà di essere sé stessi. Il rugby, con i suoi valori di lealtà, sostegno e solidarietà, si conferma terreno adeguato per costruire comunità accoglienti e autentiche, dove ogni persona possa sentirsi parte del gruppo. Per celebrare l’11 ottobre abbiamo raccolto la testimonianza di un arbitro, Emanuele Tomò, che ha scelto di condividere il proprio percorso personale. Un racconto di libertà, ma anche di appartenenza, che ricorda a tutti noi quanto il gioco di squadra — dentro e fuori dal campo — sia fatto di rispetto, fiducia e sostegno reciproco. Cosa hai provato il giorno in cui hai fatto coming out?“Nell’estate che è appena trascorsa sentivo crescere dentro di me un’urgenza: essere finalmente in pace con me stesso. Avevo bisogno di smettere di recitare, di vivere senza maschere e senza finzioni. Il 28 settembre 2014 – una di quelle date che restano scolpite – ho deciso di fare il salto nel vuoto e dire la verità. Ero pronto ad affrontare anche il peggio, ma è successo l’esatto contrario: ho trovato accoglienza, calore, leggerezza.L’immagine dell’“uscire dall’armadio” è perfetta: quando apri quella porta, la luce ti investe e scopri un mondo pieno di colori, di sensazioni, di libertà. Quel giorno ho respirato a pieni polmoni, ho sentito il peso cadere e ho ritrovato la voglia di sorridere, davvero”. Cosa è cambiato, nel tuo rapporto con il rugby, dopo il coming out?“Paradossalmente, è cresciuto l’amore per questo sport. Il primo coming out l’ho fatto con un collega arbitro di cui mi fidavo profondamente — e non mi sbagliavo. Da lì in poi, ogni abbraccio, ogni pacca sulla spalla, ogni sorriso sincero mi ha ricordato quanto il rugby sappia unire.Il rugby è un linguaggio universale di rispetto, lealtà e sostegno reciproco: in campo e fuori dal campo. Dopo il coming out, tutto questo è diventato ancora più vero, più tangibile, più mio”. Il rugby ti ha aiutato nel tuo percorso di coming out? In che modo?Sì, profondamente. Il rugby mi ha insegnato a fidarmi, a credere nel gruppo, a contare sugli altri senza paura di mostrarmi per ciò che sono. È stato un rifugio e una scuola di coraggio.Quelle che prima erano semplici conoscenze, dopo il coming out sono diventate amicizie solide, autentiche, vere. Il rugby non mi ha solo insegnato a restare in piedi dopo un placcaggio — mi ha insegnato a rialzarmi anche nella vita, a testa alta. Cosa ti ha insegnato il rugby sull’essere sé stessi?Che le maschere, in campo come nella vita, non durano a lungo. La verità di chi sei viene sempre fuori — e va bene così.Nel rugby impari che la prima persona su cui puoi contare sei tu, con le tue forze, le tue paure e la tua verità. Una maschera ti fa sopravvivere, ma solo l’autenticità ti fa vivere davvero. E quando le tue forze non bastano, scopri che intorno a te ci sono mani pronte a sostenerti. In fondo, il “sostegno” è la parola più bella che il rugby potesse inventare.
Arbitri | 11/10/2025

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