Autore: Claudia Parola
ClubHouse – il rugby oltre il rugby, Verona Rugby e Femi-CZ Rovigo
Verona e Rovigo: dove il rugby incontra la comunità Nel rugby, c’è un tempo che non è regolato dal cronometro. È quello che arriva dopo la fatica, dopo il sudore, dopo il fischio finale. Un tempo fatto di parole, strette di mano, birre condivise e piatti fumanti. Quel tempo ha una casa, e si chiama clubhouse. Lo abbiamo raccontato con Calvisano e Viadana, due città che hanno vissuto da protagoniste il World Rugby U20 Championship 2025, e dove la clubhouse è molto più di un locale: è un luogo della memoria, dell’identità e della relazione. Ma lo stesso spirito vive anche a Verona e a Rovigo, le altre due sedi del Mondiale. Due realtà diverse, con storie e stili propri, ma unite dalla stessa idea: che il rugby, prima ancora che uno sport, sia un modo di stare insieme. VERONA RUGBY La casa di tutte le anime del club Il rugby a Verona si è ritagliato, negli ultimi anni, uno spazio sempre più importante. E la Clubhouse ne è stata il baricentro, fin dal primo giorno. Leonardo Quintieri, atleta e allenatore, ne conserva un ricordo nitido: «Il mio primo contatto con la Clubhouse è legato all’esordio in TOP12: la vittoria in casa contro la Lazio, lo stadio pieno, l’inaugurazione dell’impianto... È stato un impatto bellissimo». A Verona, la Clubhouse non è solo il cuore pulsante della prima squadra, ma è anche un ponte tra tutte le anime del club: mini rugby, Under, Accademia, staff, genitori e tifosi. Un luogo che segna il tempo che passa, ma anche quello che si costruisce insieme. «Ogni anno – racconta Quintieri – presentiamo qui tutte le squadre, è un momento simbolico, che unisce tutto il club. È importante che i ragazzi imparino il valore del terzo tempo e della Clubhouse, anche perché è lì che si creano i legami più duraturi, quelli che vanno oltre il campo». Il rugby, a Verona, si vive anche nella ritualità di ciò che accade dopo la partita: mangiare con gli avversari, ridere con i compagni, rivedere l’azione più bella o la meta mancata davanti a un piatto di pasta. «Anche chi non conosce il rugby sa che il terzo tempo è sacro. È un momento che ti insegna a stare insieme e a conoscere l’altro, anche se un attimo prima ti stava placcando». E in questo, la Clubhouse diventa molto più di un semplice locale: è la palestra sociale in cui si allenano lo spirito di gruppo e la cultura del rispetto. A ogni età. FEMI CZ-ROVIGO La Clubhouse come rito, famiglia e memoria Se Verona è la casa costruita sul futuro, Rovigo è quella fondata sulla storia. Qui il rugby è identità territoriale, rito collettivo, orgoglio condiviso. E la Clubhouse è il punto d’incontro di tutto questo. Perché, come dice Fabrizio Aggio, ex giocatore, volontario e tifoso da sempre: «La Clubhouse è nata nel 1990-91. Avevo sei anni. Da allora è il punto focale del campo. Qui a Rovigo, dove il rugby è una cosa seria, ci si ritrova sempre: per la birra, per la musica, per le foto, per stare insieme». La struttura ha visto passare generazioni di giocatori, tifosi e campioni: «Avevo 9 anni – ricorda Fabrizio – il pallone era finito sul tetto della Clubhouse. AJ Venter, il flanker degli Springboks che allora giocava a Rovigo, mi ha preso in braccio e me lo ha fatto recuperare. Una scena da film!». Ma la vera forza della Clubhouse rodigina è nella costanza. Chi la frequenta, giorno dopo giorno, diventa parte di una famiglia. Non è il rapporto classico tra cliente e gestore, è qualcosa di più: «Quando ti alleni quattro giorni a settimana, le persone che lavorano lì diventano amici, confidenti, quasi educatori – conclude Aggio – Fausto, che oggi la gestisce, per me è come un fratello maggiore». È questo senso di appartenenza che rende la Clubhouse di Rovigo un punto di riferimento per tutti, un luogo dove la squadra si ritrova anche fuori dagli schemi e dalle formazioni. Dove si festeggia, si discute, si ride e ci si consola. Il rugby si gioca anche qui Nel corso del World Rugby U20 Championship, Verona e Rovigo hanno ospitato alcune delle sfide più belle e intense del torneo. Ma fuori dal campo, si è giocata un’altra partita – silenziosa, quotidiana, autentica – nelle loro Clubhouse. Luoghi in cui non serve una palla ovale per sentirsi parte di qualcosa. Dove si accorciano le distanze, si allungano le serate, e si cementano legami che resistono alle stagioni e alle categorie. Storie di Clubhouse non finisce qui. Ma ogni volta che si alza un bicchiere, che si passa una teglia di lasagne, o che si racconta una meta davanti a un panino caldo, si aggiunge un nuovo capitolo. Che sia a Calvisano, Viadana, Verona o Rovigo, il rugby italiano ha trovato – e continua a trovare – il suo cuore lì. Lì dove si mangia, si beve, si ride. E si vive insieme.
dalla base | 19/09/2025
ClubHouse – il rugby oltre il rugby, Rugby Calvisano e Rugby Viadana 1970
La prima tappa del nostro viaggio nelle ClubHouse italiane: Rugby Calvisano e Rugby Viadana 1970 C’è un luogo, nel rugby, dove il gioco non finisce al fischio dell’arbitro. Dove la fatica si scioglie in una birra, i racconti si allungano fino a notte fonda e i ricordi trovano pareti su cui appendersi. Quel luogo si chiama clubhouse. Non è solo un ristorante, non è solo un bar. È un punto di ritrovo, una seconda casa, un pezzo di memoria collettiva. Ed è anche il cuore vivo e accogliente di ogni comunità ovale.Nel corso del World Rugby U20 Championship 2025, interamente disputato in Italia, quattro città hanno fatto da teatro al torneo e ai suoi protagonisti: Calvisano, Viadana, Rovigo e Verona. E in ognuna di queste, la clubhouse ha avuto un ruolo chiave non solo per accogliere squadre, tifosi e staff, ma per rappresentare l’anima stessa del rugby italiano.Iniziamo questo viaggio proprio da Calvisano e Viadana, due luoghi dove il terzo tempo dura tutto l’anno e dove la Clubhouse non è un contorno, ma parte del piatto principale. RUGBY CALVISANO - La clubhouse come eredità e missioneA Calvisano, la clubhouse è più di un edificio: è la continuazione naturale del campo da gioco. Una struttura cresciuta negli anni grazie alla passione e al lavoro volontario di chi il rugby l’ha vissuto e continua a restituirlo. Come Daniele Davo, 27 anni da giocatore giallonero, un passato da nazionale e un presente da punto di riferimento per tutti:“Il rugby mi ha salvato – racconta – e ora sento il dovere di restituire. Dopo la morte di Alfredo Gavazzi mi ero un po’ allontanato, ma quando i ragazzi mi hanno chiesto di tornare a dare una mano, non ho potuto dire di no”.La clubhouse di Calvisano è aperta a tutti, non solo a chi gioca. Il venerdì sera c’è un menù fisso per chiunque voglia unirsi alla cena della squadra. È un modo per coinvolgere il paese, per tenere vivo un legame profondo.“È un luogo dove si sta assieme, dove si ritrovano vecchi compagni di squadra, dove si torna indietro con la memoria – dice Marco Gavazzi, cresciuto nel club fin da bambino – Abbiamo cambiato l’impostazione negli ultimi anni, grazie anche alla presenza stabile di Diana Appiani che gestisce tutto con grande professionalità”.La Clubhouse è nata dalla “festa della birra” che per anni ha animato le estati calvine: dai proventi di quella manifestazione è stata costruita la cucina, il bar, l’intera struttura. Un investimento sociale e affettivo, che ha dato vita a un luogo in cui ogni generazione trasmette qualcosa alla successiva.“Chi ha giocato – prosegue Marco Gavazzi – poi aiuta a portare avanti la Clubhouse. È un passaggio di testimone. Quando vinci uno scudetto, come nel 2005 o negli anni successivi, la festa non è in centro o altrove. È qui, in casa tua, dove tutto è cominciato”.E i ricordi sono tanti, a Calvisano. Dal celebre scudetto del 2005 festeggiato per tre giorni senza dormire, agli appuntamenti futuri, come l’intitolazione del campo ad Alfredo Gavazzi, prevista per settembre, in occasione del ventennale di quel trionfo. RUGBY VIADANA 1970 - Dove ogni giorno è un terzo tempoA Viadana, la Clubhouse ha un nome che è già una storia: “1.3”, come i numeri di maglia di Riccardo e Mattia Cagna, fratelli, ex piloni, oggi gestori del cuore culinario e sociale del Rugby Viadana.“Siamo aperti tutti i giorni – racconta Riccardo – per i giocatori e per la comunità. Dopo l’allenamento si mangia qui, si scherza, si sta insieme. La Clubhouse è la casa del rugby, e in un posto come Viadana, dove il rugby è una religione, è un punto di ritrovo quotidiano”.Non solo nei giorni di partita: pizzate infrasettimanali, terzi tempi post trasferta, serate di festa che iniziano all’imbrunire e finiscono col sole che sorge. Una decina di persone ci lavora stabilmente, ma la Clubhouse è anche viva grazie ai tifosi, ai gruppi storici come i Miclas e ai nuovi come i River Boys. Tutti uniti da una stessa passione.Massimo “Ska” Catalano, team manager del club, è una delle anime storiche del Viadana. Ex giocatore, ex allenatore, da anni anima organizzativa e memoria vivente del club:“La Clubhouse racconta la storia della società – dice “Ska” indicando le maglie e le foto alle pareti – È nata perché dopo le partite non si sapeva dove andare. Oggi è il nostro punto di riferimento. Abbiamo cambiato il bancone, ampliato gli spazi, e vissuto serate indimenticabili”.Come quella volta in cui un papà australiano, forse troppo allegro, si tuffò a volo d’angelo su una fila di tavoli dopo averli cosparsi d’acqua. O le feste con DJ fino all’alba, e il rituale non scritto del giocatore che balla in abbigliamento non particolarmente “consono” sul tavolo – il cui nome resta top secret “perché fa ancora l’allenatore…”.A Viadana, la Clubhouse è dove si tifa, si mangia, si cresce e si trasmette il senso profondo di una comunità. Il rugby non finisce al fischio finaleIn un torneo come il Mondiale Under 20, le luci dei riflettori si accendono sul campo, ma le storie più calde si raccontano nei luoghi come questi. Dove si mescolano dialetti e accenti, sorrisi e sudore. Le clubhouse di Calvisano e Viadana non sono solo strutture. Sono identità, sono memoria, sono futuro.Sono rugby, fuori dal campo.E presto il nostro viaggio continuerà: con le storie, le voci e le tradizioni delle Clubhouse di Rovigo e Verona. Perché il rugby italiano, prima di tutto, è una comunità che sa ritrovarsi attorno a un tavolo.
dalla base | 10/09/2025
Linee di meta: Michela Sillari e Luca Spagnoli
“Luca Spagnoli è stato il mio allenatore per quasi tutti gli anni in cui ho giocato nelle giovanili dell'Amatori Parma, dall'under 8 fino all'under 13. Oltre ad avermi formata tecnicamente ha il grande merito essere riuscito a prendermi nel modo giusto e a trasmettermi il rispetto per le decisioni prese dall'allenatore e dagli arbitri, dato che da piccola avevo un carattere abbastanza 'difficile'. Dopo l'ultimo anno in u13 ho dovuto cambiare squadra, perché non potevo più giocare con i ragazzi. È stato un momento difficile per me, perché dovevo lasciare quello che fino a quel momento era stato il mio club. Alla cena di fine anno mi hanno fatto una sorpresa e si sono messi tutti una maglietta con una mia foto e la scritta 'disperati senza di te'. In quell'occasione Luca mi ha detto che sarei arrivata a giocare in nazionale. Ha continuato a seguirmi negli anni successivi, scrivendomi per l'esordio e per le partite in nazionale. La sera prima della mia prima finale scudetto, mi ha scritto per dirmi che sarebbe venuto a vedere la partita e che si sarebbe messo la maglietta 'disperati senza di te'. È stato un gesto molto bello, che mi ha commossa” – Michela Sillari Oggi è il cervello del reparto trequarti dell’Italrugby, ma Michela Sillari ha sempre avuto una testa diversa da tutti gli altri. Lo ha raccontato Luca Spagnoli, suo allenatore nel minirugby in un club storico, l’Amatori Parma, nato nel 1971 e che dopo diverse denominazioni adesso continua il suo lavoro col nome di Le Viole Amatori Parma. Sillari ha giocato a Parma lungo tutto il periodo delle squadre miste – ragazzi e ragazze insieme – prima di trasferirsi a Piacenza dopo l’under 13. Un ricordo bellissimo per Michela stessa, per Luca e per tutti i bambini che avevano fatto parte di quel gruppo, tanto che – come raccontato dalla stessa Sillari – organizzarono una sorpresa per salutarla: “A un certo punto doveva per forza lasciare per giocare in una squadra solo femminile, a Piacenza, e per salutarla decidemmo di presentarci tutti con questa maglia con scritto ‘disperati senza di te’, questo per far capire il segno che ha lasciato all’Amatori Parma”. “Già da bambina era una giocatrice diversa dalle altre” racconta Spagnoli: “Avendo sempre giocato con il caschetto, una caratteristica che mantiene ancora oggi, quando era piccola in molti non si accorgevano del fatto che fosse una bambina, quando era pure più brava dei ragazzi. Ricordo che una volta siamo andati a giocare un torneo under 13 e vollero darle il premio come miglior giocatore del torneo, e all’inizio la chiamarono ‘Michele’ perché non si erano accorti che fosse una ragazza. Aveva un temperamento e un carattere molto forte, aveva sempre voglia di imparare e non si arrendeva mai quando le cose non andavano. Ha sempre avuto una combattività e una testa fuori dal comune, allora come oggi: basta vedere la finta con cui ha mandato fuori tempo 3 scozzesi in una volta a Edimburgo quest’anno, quando ha fatto segnare Muzzo. Lei è sempre stata così: assimilava tutto e capiva tutto. A quell’età di solito le squadre cercano di giocare mettendo in risalto i bambini più formati fisicamente, noi invece non avevamo dei giganti e allora usavamo Michela – già nel ruolo di centro – come regista aggiunta, facevamo delle cose diverse. Poi era già una ragazza completa, sapeva già calciare, non aveva paura di placcare. Era bello lavorare con lei”. Spagnoli ricorda quel periodo con molto piacere: “All’Amatori Parma si lavorava davvero bene, c’erano tantissimi bambini tanto che spesso superavamo quota 40 giocatori e facevamo due squadre. Abbiamo sempre cercato di insegnare la bellezza del rugby, il rispetto dell’avversario, dell’arbitro, del campo, basandoci sul concetto che al fischio dell’arbitro la battaglia finiva lì. E poi abbiamo sempre cercato di insegnare ai ragazzi a dare sempre il massimo, a non sentirsi mai ‘arrivati’ o fenomeni, perché l’umiltà è un concetto fondamentale non solo per chi un giorno potrà arrivare ad alti livelli nel rugby ma anche e soprattutto nella vita”. Riscorrendo l’album dei ricordi, Spagnoli racconta: “Michela è sempre stata molto competitiva. Mi ricordo che una volta, dopo un torneo, era arrabbiatissima, quasi si metteva a piangere: ma non lo era tanto per aver perso, ma perché aveva visto che i compagni non si erano impegnati abbastanza, e questa cosa la faceva davvero arrabbiare, soprattutto perché era uno degli ultimi tornei che poteva fare con noi prima di dover passare alle squadre femminile. Diciamo che il temperamento è rimasto quello (ride, ndr)”.
dalla base | 29/07/2025
Linee di meta: Mirco Spagnolo e Antonio Cavallin
“La persona più importante che ho incontrato nella mia carriera è stata Antonio Cavallin, presidente del Checco Camposampiero. Ho iniziato a giocare a rugby tardi, al secondo anno dell’Under 14. Prima praticavo il calcio, quindi non conoscevo ancora bene il mondo del rugby. Antonio mi ha aiutato moltissimo fin da subito, non solo in campo – dove, insieme agli allenatori, mi ha guidato nelle dinamiche del gioco e aiutato a integrarmi nel gruppo – ma anche fuori. I miei genitori lavoravano tutti i giorni, compresi il sabato e la domenica, e non potevano accompagnarmi agli allenamenti. Antonio, insieme ai genitori dei miei compagni, si è sempre occupato di portarmi al campo e poi riportarmi a casa. Sono molto legato a lui. Quando ha capito che avevo la possibilità di crescere nel rugby, si è impegnato tanto per farmi entrare al Valsugana, uno dei settori giovanili più forti. Gli devo davvero molto." – Mirco Spagnolo Le parole di Spagnolo spiegano già tanto di Antonio Cavallin, presidente e fondatore del Checco Camposampiero. La squadra nasce nel 2007 a Camposampiero comune in di circa 12.000 abitanti in provincia di Padova, e il nome “Checco” viene da “Francesco”, il figlio di Antonio prematuramente scomparso proprio quell’anno: “Stavamo decidendo quale sport far praticare a mio figlio più grande, Attilio, sapevo che c’erano tante squadre di rugby in zona ma non sapevo nulla di questo sport, e decisi così di informarmi mandando una mail alla Federazione Italiana Rugby per avere delle informazioni. Nell’aprile del 2007 poi Francesco venne a mancare e chiaramente i pensieri furono altri. Quando a distanza di giorni tornai al computer e trovai una mail super esaustiva da parte della FIR, che mi elencava una serie di squadre in zona, ebbi un sussulto. In qualche modo percepii che il rugby potesse essere una chiave di volta della nostra esistenza, in quel momento sconvolta. Attilio si divertì tantissimo le prime volte col Piazzola Rugby, e allora decisi di creare io stesso una squadra per ricordare Francesco, e allo stesso tempo dare la possibilità a tanti ragazzi di praticare un’attività così bella” racconta Cavallin. Nasce quindi prima “Checco l’Ovetto”, che con i primi 5 bambini partecipa alla Festa dello Sport del comune. Alla fine dell’anno quei bambini diventano 20, e nasce il “Checco Camposampiero”: “Adesso abbiamo 200 tesserati tra giovanili e seniores. Dopo tante difficoltà siamo riusciti a tornare ai numeri pre-pandemia: al momento copriamo tutte le categorie, dalle ‘prime mete’ e under 6 fino alla Seniores in Serie C, e abbiamo l’Under 14, l’U16 e l’U18 con un progetto ad ampio raggio con il Piazzola Rugby. Durante il Covid unirsi con altre società è stato fondamentale per sopravvivere, e c’è stata grande sinergia anche con le società di altri sport come calcio e basket: credo che in quelle occasioni proprio lo spirito del rugby sia stato fondamentale, mettersi insieme per andare avanti, e oggi siamo riusciti a tornare ai numeri che avevamo nel 2019” racconta Cavallin. L’incontro tra Mirco Spagnolo e il Camposampiero risale al 2015. Anzi, su questo Cavallin è precisissimo: “Ho ancora qui il suo primo tesseramento, 21 febbraio 2015. Era un ragazzo già molto grande per la sua età, giocava a calcio ma spesso in difesa o in porta, mentre lui aveva voglia di correre. E se ci pensiamo anche oggi è così, una prima linea molto mobile. Quando ci ritroviamo tutti insieme qui a guardare le partite dell’Italia, ritroviamo lo stesso ragazzo che abbiamo conosciuto 10 anni fa: lo stesso modo di correre, lo stesso modo di fare. Pensate che quando nella finale del 2022 fece quella grande giocata che portò alla meta del Petrarca, ci mettemmo a ridere perché lo faceva già in Under 14. E poi, soprattutto, è rimasto uguale anche come persona. Quando torna a trovarci, e lo fa spesso, è il Mirco di sempre, quello che abbiamo conosciuto 10 anni fa: stessa umiltà, stesso modo di far casino (ride, ndr), è sempre il nostro Mirco, e questo gli fa onore”. “Mirco Spagnolo - spiega Cavallin – è un po’ il fiore all’occhiello, il ragazzo che è arrivato in alto. E questo ci rende orgogliosi anche perché con lui abbiamo lavorato esattamente come lavoriamo con tutti: cercando di far innamorare di questo sport tutti i ragazzi che vengono. La cosa a cui tengo di più è che indipendentemente dai risultati che si possono ottenere a livello sportivo dobbiamo ottenere risultati a livello umano, formando ragazzi e ragazze che possano portare i valori del rugby e dello sport nella vita di tutti i giorni, per rendere migliore il mondo che ci circonda. Vogliamo formare le persone nel domani, nello sport, nello studio, nella vita. Poi tutto quello che viene in più è meglio: abbiamo avuto Mirco, il pilone della Nazionale, e magari avremo da noi il bambino o la bambina che diventerà il prossimo sindaco di Camposampiero. Quello che vogliamo è formare le persone, gli esseri umani, poi che in campo si vinca o si perda va bene lo stesso” conclude Cavallin.
dalla base | 04/07/2025
Linee di meta: Giada Franco e Cristian Prestera
Cristian ha sempre creduto in me, come allenatore e come persona. Di lui non scorderò mai la passione che metteva in ogni singola partita, approcciandola come se fosse sempre una finale. Con lui ho vinto una finale scudetto, ma soprattutto grazie a lui ho imparato a gestire la pressione, l’emotività e a lavorare sempre più duramente. Gli devo tanto – Giada Franco La squadra non è solo un insieme di giocatori o giocatrici: la squadra è un gruppo, ha vita propria e assorbe tutto ciò che c’è intorno, fino a diventare – come in questo caso – un’idea, un simbolo di una passione e di un movimento. È ciò che è successo al Colorno femminile – da sempre una delle squadre più rappresentative – negli anni delle due finali scudetto consecutive: Cristian Prestera – giocatore e poi allenatore del club dal 2009 in poi e adesso direttore tecnico al Rugby Parma – ha guidato la squadra dello storico scudetto delle Furie Rosse nel 2018, e soprattutto ha cresciuto (anche dal punto di vista umano) un gruppo di ragazze che non solo ha vinto, ma ha dato nuova linfa alla Nazionale e a tutto il movimento. “Quello era un gruppo fantastico che si è formato anno dopo anno. Quando sono arrivato io l’unica azzurra era Michela Sillari, poi sono arrivate Giada Franco, Francesca Sgorbini, Irene Campanini, Michela Merlo, Sara Tounesi, Veronica Madia, Silvia Turani, Gaia Giacomoli. Nel giro di un anno sono migliorate tutte tantissimo, fino a creare un gruppo splendido che ha vinto il campionato e ha dato anche tante giocatrici alla Nazionale” ha spiegato Prestera. Il segreto di questa crescita e di questi successi? Secondo Prestera “Colorno, ancora adesso, è una società che punta tantissimo sul rugby femminile ed è diventata un punto di riferimento nel territorio. Danno alle ragazze le stesse possibilità dei ragazzi, con una grande organizzazione e grandissima serietà. Il Presidente Ivano Iemmi ha fatto davvero tanto per il rugby femminile. In campo, poi, si è creato un gruppo molto unito e molte delle ragazze sono rimaste nell’ambiente: chi fisioterapista, chi allenatrice, chi manager. Si è creata non solo una squadra, ma un gruppo di persone legato a doppio filo con Colorno e con il movimento del rugby femminile”. Tra le tante ragazze rimaste nel cuore di Prestera, ce n’è una in particolare con cui si è creato un legame ancora più profondo: Giada Franco. Arrivata a Colorno giovanissima (nel 2016 a 20 anni) la terza linea azzurra ha fatto un grandissimo percorso di crescita, anche grazie al suo allenatore: “Giada è arrivata molto giovane, aveva 20 anni e veniva dal Benevento insieme a Maria Grazia Cioffi, per lei era come una figlia. Aveva un potenziale enorme del quale nemmeno lei era ancora del tutto consapevole, aveva tantissima voglia di fare, anche se andava ancora ‘indirizzata’: l’essere arrivata alla sua prima finale di campionato probabilmente le ha fatto scattare la molla per diventare la giocatrice che è adesso”. Il percorso non è stato tutto rose e fiori, soprattutto all’inizio, ma Giada Franco non ha mai mollato: “Faceva un po’ fatica a gestire la pressione lungo tutto il campionato, perché preparare la singola partita è un conto, preparare un intero campionato con tutte le problematiche che ci possono essere – pensiamo agli infortuni – è diverso, soprattutto per le ragazze più giovani. Quell’anno Giada ha fatto un cambiamento incredibile. Chiedeva continuamente cosa potesse fare per migliorare. Ha sempre avuto un carattere forte, che a volte la portava a non accettare le critiche, ma proprio grazie a questa forza caratteriale poi rifletteva sulle cose e si impegnava ancora di più per superare ogni ostacolo. Anche le prime delusioni, ad esempio qualche mancata convocazione in Nazionale agli inizi, l’hanno aiutata a crescere fino a diventare un punto di riferimento per l’Italia”.
dalla base | 23/04/2025
Linee di meta: Giordana Duca e Gino Rossetti
Gino Rossetti è stato fondamentale nel corso della mia carriera: era il mio allenatore quando giocavo alle Red Blu Rugby Artena. La sua passione e il suo entusiasmo erano contagiosi, è sempre stato una persona disponibile, stimolante e pronta ad aiutare. E soprattutto mi ha incoraggiata sempre a fare del mio meglio, facendomi capire che solo lavorando duramente si ottengono risultati importanti. Gino non ha formato solo l’atleta che sono oggi, ma mi ha permesso di crescere come persona, facendomi capire l’importanza di valori come il rispetto, l’impegno e la dedizione non solo nel rugby ma nella vita di tutti i giorni. Anche se le nostre strade si sono divise e sono passati tanti anni il bene e la gratitudine che provo nei suoi confronti non sono cambiati di una virgola – Giordana Duca Il gruppo, l’unità e lo spogliatoio: queste sono le vere chiavi di ogni squadra che – al di là dei successi – ha la possibilità di crescere, migliorare e anche di lanciare dei talenti. È successo all’Artena Rugby Red Blu, dalla cui squadra femminile sono venute fuori due simboli della Nazionale Italiana: Melissa Bettoni e Giordana Duca, quest’ultima ancora in attività. Del resto, il fatto che sulle pagine ufficiali del club appaia come prima cosa un invito al rispetto dei valori del rugby fa capire già quali sono le intenzioni: “Nel rugby si gioca con un avversario, non contro un avversario” e “Un rugbista lo riconosci dal sudore, dal fango sulla faccia e poi dal cuore” sono le due frasi chiave che si leggono al primo impatto con le pagine dell’Artena Red Blu. L’allenatore di quella squadra era Gino Rossetti, oggi tecnico degli Arieti Rugby, arrivato alle Red Blu proprio quando il club muoveva i primi passi nel mondo del rugby (la squadra nasce nel 2012 con presidente Corrado Mattoccia, che dirige anche il Museo del Rugby) e alla sua prima esperienza nel rugby femminile, dopo aver girato tante panchine prestigiose del territorio a livello maschile: “Avevo allenato Fiamme Oro, Cus Roma, Colleferro, Segni, Primavera. Quando dal presidente Mattoccia mi è stata prospettata la possibilità di seguire la squadra femminile dell’Artena Red Blu all’inizio ero titubante, non avendo mai allenato le ragazze si trattava di un mondo nuovo per me. Invece devo dire che il primo impatto è stato subito ottimo, e insieme ci siamo tolti tante soddisfazioni, anche perché le differenze sono meno di quello che si pensa: non ho dovuto cambiare il mio approccio e il mio modo di allenare. Ho continuato a lavorare secondo i miei principi e con un gruppo veramente unito, una bellissima esperienza”. Parlando di Giordana Duca, Rossetti ricorda: “Fisicamente era già molto dotata, pur essendo ancora acerba sotto alcuni punti di vista. Doveva migliorare soprattutto dal punto di vista tecnico e lo ha fatto, acquisendo con il tempo la mentalità giusta per lavorare su se stessa fino a diventare una delle colonne portanti della Nazionale, è una cosa che ricordo sempre con tanta soddisfazione. Siamo stati veramente bene in quegli anni, poi lei viene da una famiglia di rugbisti quindi conoscevo anche la mamma e il papà e si vedeva dal punto di vista dell’attitudine, magari all’inizio era un po’ ‘pigra’, ma si è evoluta molto velocemente”. Il lavoro di Rossetti, sia dal punto di vista rugbistico sia a livello umano, si basava su delle chiavi ben identificate: “Lavoravo molto sulla tecnica individuale e sui principi di gioco collettivi, anche perché era una squadra molto giovane che aveva bisogno di migliorare da questo punto di vista. Avere delle ottime giocatrici dal punto di vista tecnico e fisico mi ha aiutato molto. Oltre a Duca c’era Melissa Bettoni, anche lei punto fermo dell’Italia per tanti anni, ma anche tante ragazze di livello come Anna Mariani, Claudia Tedeschi, Cristina Sanfilippo. E poi c’era Giuliana Campanella, che pur abitando a Messina veniva a giocare con noi la domenica, faceva tanti sacrifici. Era un gruppo non numerosissimo ma che aveva un’ottima attitudine e una grande voglia di allenarsi e migliorare. Sono cose che fanno la differenza. Umanamente ho sempre cercato di lavorare sull’importanza dello spogliatoio, dell’attitudine, del sostegno dentro e fuori dal campo. Poi sicuramente il club ha contribuito molto: voleva che rappresentassimo un gruppo unito, e il presidente Mattoccia ha sempre dato importanza al movimento femminile”.
dalla base | 17/04/2025
Linee di meta: Carlo Bianchi, Tommaso Redondi, Alberto Fantini, Mauro Porcellini
“Ho cominciato a giocare a rugby a Scandicci, dove il mio principale punto di riferimento è stato Alberto Fantini, il mio allenatore. Quando ho cominciato a giocare mi sentivo un po’ inferiore rispetto agli altri, lui invece mi ha sempre sostenuto, portandomi a dare il massimo. Le cose che mi ha trasmesso sono rimaste ancora oggi dentro di me” – Carlo Bianchi “Mauro Porcellini è stato il mio primo allenatore a Rozzano, mi ha fatto conoscere questo sport, mi ha insegnato dei valori fondamentali anche nella vita. Ancora oggi lo ritengo una persona importante, e anche se non ci sentiamo spesso tutto quello che mi ha insegnato me lo porterò dietro per sempre” – Tommaso Redondi A volte un percorso può prendere strade diverse da quelle prestabilite. Le cose non sempre vanno dovrebbero, e proprio per questo avere un allenatore in grado di toccare le corde giuste e seguire i bambini e i ragazzi in questo difficile percorso di crescita è fondamentale. È successo a Carlo Antonio Bianchi, terza linea dell’Italia under 20 e dell’Unione Rugby Firenze, che come racconta Alberto Fantini – che lo ha avuto prima allo Scandicci Rugby, poi al Firenze Rugby 1931 fino all’Unione Rugby Firenze – “all’inizio non era convintissimo, magari metteva il broncio e dovevamo cercare di coinvolgerlo, e spesso ci riuscivamo”. È successo anche a Tommaso Redondi, seconda linea dell’Italia under 20 e del Verona, come racconta Mauro Porcellini, suo allenatore ai tempi del Chicken Rugby Rozzano: “A un certo punto voleva smettere, siamo andati letteralmente a prenderlo a casa”. Quella di Fantini è una storia particolare, quella di un uomo che a sua volta ha scoperto il rugby più tardi, innamorandosene: “Il mio avvicinamento al rugby è stato particolare perché non ho mai giocato. Quando però ho portato mio figlio al primo allenamento mi sono innamorato di questo sport: ho iniziato ad aiutare gli allenatori più esperti e contemporaneamente facevo i corsi per diventare educatore nel minirugby. Negli anni in cui ho allenato Carlo lo Scandicci era nato da poco, eravamo agli inizi: in campo c’erano i nostri figli e pochi altri”. Lo Scandicci, come racconta Fantini, ha avuto una nascita un po’ particolare: “Eravamo la sezione rugby dello Scandicci calcio 1908, un esperimento rivoluzionario in cui i ragazzi potevano praticare entrambi gli sport, poi negli anni le due discipline si sono separate. Andavamo ai giardini pubblici tutte le domeniche con una palla da rugby cercando di coinvolgere altri bambini, piano piano è nato il movimento: prima l’under 8, poi tutte le altre categorie, in un territorio dove il rugby non c’era nel giro di un paio d’anni siamo riusciti ad avere un centinaio di bambini”. Tra i bambini coinvolti c’era proprio Carlo Antonio Bianchi, oggi terza linea dell’Italia under 20 e dell’Unione Rugby Firenze: “All’inizio Carlo era molto timido, quando l’ho preso in under 12 non era ancora convintissimo, a volte aveva il broncio: allora cercavamo di coinvolgerlo e spesso ci riuscivamo. Siamo riusciti a trattenerlo e poi è scattata la molla: è diventato un grande appassionato di rugby e si è migliorato giorno dopo giorno per anni. Magari, rispetto ad altri, Carlo non era un ‘predestinato’ del quale si vedevano subito i numeri: li ha tirati fuori crescendo, lavorando duro, e questo credo si un grande esempio di impegno, sia suo sia di tutti gli allenatori che lo hanno avuto. Credo che la svolta importante sia stata in under 14, quando per formare la squadra abbiamo collaborato col Firenze Rugby 1931: io feci da coordinatore di questo progetto fino poi a passare definitivamente a Firenze, e lui ha avuto la possibilità di giocare ai massimi livelli. Con Carlo ho fatto tutto il percorso fino all’under 18 con l’Unione Rugby Firenze, l’ho visto crescere ed è bellissimo vederlo oggi con la maglia azzurra”. Anche Mauro Porcellini, allenatore e mentore di Tommaso Redondi, è arrivato al rugby senza averci giocato: “L’ho sempre seguito tramite amici che giocavano ai tempi dell’Amatori Milano o qui a Rozzano, quindi dai 14 anni in poi sono sempre stato vicino al mondo della palla ovale e sono sempre stato un tifoso appassionato. Poi, come spesso accade, nel 2010 ho portato mio figlio a giocare a rugby e contemporaneamente ho iniziato questa avventura da allenatore al Chicken Rugby Rozzano”. Si tratta di un club storico, nato nel 1954 da un’idea di Cesare Ghezzi, mediano di mischia e capitano della Nazionale negli anni ’30, e dopo oltre 70 anni continua a formare bambini e ragazzi nella zona sud di Milano, avendo tutte le squadre giovanili dalle prime mete all’under 18, una squadra seniores in Serie C e anche una squadra old. “Tommaso l’ho incontrato per la prima volta in under 8” racconta Porcellini: “È stato un percorso strano perché l’ho sempre allenato un anno sì e uno no. Siccome lavoravo per cicli, ogni due anni salivo di età: lo allenavo un anno in under 8, poi io salivo in under 10 e l’anno dopo lo ritrovavo lì, e così via. Com’era da piccolo? Un pulcino, uno scricciolo (ride, ndr) ma già si vedeva nei suoi occhi quel piacere incredibile nel prendere la palla e correre. E poi mi è piaciuto fin da subito il suo modo di comportarsi, qualsiasi cosa si facesse – anche i semplici ‘giochi’ propedeutici al rugby per prepararsi al contatto, all’andare a terra, a rotolare – lui si divertiva. Non è così scontato, ci sono bambini ai quali è difficile anche solo far fare una capriola, lui invece faceva tutto con naturalezza e col sorriso”. Il percorso di Tommaso Redondi, però, non è sempre stato lineare: “A 14 anni voleva smettere – racconta Porcellini – e aveva proprio abbandonato non solo il rugby ma lo sport in generale. Sono andato letteralmente a prenderlo a casa, credo che il padre ancora mi ringrazi per questo: gli chiesi se voleva smettere per dedicarsi di più allo studio, e quando mi rispose ‘no, nemmeno la scuola’ capii che dovevo riportarlo al campo. E da quando è tornato in campo non ne è più uscito”. Come racconta Porcellini, coinvolgere i ragazzi – anche inserendo attività particolari – è fondamentale: “Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare il mondo del karate, e quindi spesso portavo un’allenatrice al campo. Era importante sia dal punto di vista educativo, perché è uno sport che forma all’autocontrollo, sia propedeutico ad aspetti tecnici del rugby come i placcaggi. Poi per me alla base di tutto c’è sempre il divertimento: ho sempre cercato di instaurare un rapporto che prevedesse ovviamente il rispetto verso una figura più grande ma anche la sicurezza di avere davanti qualcuno di cui potersi fidare e con cui potersi aprire. A livello tecnico ho sempre posto grande attenzioni sulle basi, anche inserendo dei giochi propedeutici a quello. Inoltre, ho sempre lavorato più sulla parte atletica che sul potenziamento fisico ‘puro’, perché è importante che i ragazzi imparino a correre bene, dritti: sono cose importanti non solo nel gioco, ma anche per crescere in salute”.
dalla base | 01/04/2025
Il Presidente FIR e il Presidente di Fiamme Oro premiano l’agente e volontario FIR Filosa
Il Presidente della Federazione Italiana Rugby Andrea Duodo ed il Presidente dei Gruppi Sportivi Fiamme Oro Francesco Montini hanno consegnato una maglia celebrativa della Nazionale Italiana Rugby e una lettera di encomio da parte del Presidente e del Consiglio Federale FIR all’Assistente Capo Coordinatore della Polizia di Stato Giuseppe Filosa.L’agente della Polizia di Stato, appassionato rugbista e da anni membro attivo del programma “Volontari FIR”, era intervenuto in soccorso di una spettatrice colta da improvviso malore in occasione della seconda giornata del Guinness Sei Nazioni Maschile tra Italia e Galles dello scorso febbraio allo Stadio Olimpico di Roma, praticandole le procedure d’emergenza previste in caso di arresto cardiaco, consentendo la stabilizzazione ed il tempestivo trasporto in ospedale. “Sono felice di aver potuto conoscere Giuseppe insieme al Presidente Montini - ha dichiarato il Presidente della FIR, Andrea Duodo - per manifestargli la riconoscenza del Consiglio Federale e di tutto il movimento per il suo tempestivo intervento che, con l’altruismo tipico dei rugbisti e dei membri delle Forze dell’Ordine, ha consentito alla nostra appassionata di ricevere cure essenziali. La sua azione è stata straordinaria ed è la migliore testimonianza dell’impegno e della passione con cui tutti i nostri Volontari prestano servizio in occasione dei nostri eventi, a cui estendo idealmente il nostro ringraziamento”. “La tutela della sicurezza pubblica si realizza anche attraverso questi interventi di soccorso. Anche quando è impegnato in altre attività un poliziotto non dimentica mai i suoi compiti istituzionali” ha detto il Presidente d Fiamme Oro Montini.
News | 26/03/2025
Linee di meta: Vittoria Vecchini e Marco Crivellaro
Marco Crivellaro è stato un punto di riferimento per me ed è stato l’allenatore più importante che ho avuto al Rugby Badia, dall’under 14 fino al primo anno di Seniores. Mi ha aiutata a crescere non solo dal punto di vista rugbistico ma anche come persona: mi ha sempre seguita e ci sentiamo ancora oggi. Pur essendo una persona molto riservata ed introversa non mi hai mai fatto mancare il suo sostegno e il suo affetto, quando ho avuto bisogno di lui, lui c’è sempre stato senza mai esitare un momento – Vittoria Vecchini Vittoria Vecchini è nata e cresciuta rugbisticamente nel Rugby Badia, un club che da sempre ha fatto del settore giovanile uno dei suoi punti di forza, fin dalla sua nascita nel 1981, tanto che per i primi 9 anni della sua esistenza si è occupato esclusivamente di giovani. Negli anni il Rugby Badia è cresciuto sempre di più, sviluppando un settore giovanile riconosciuto in tutta Italia, dal quale è sbocciata anche l’attuale tallonatrice della Nazionale Italiana di Rugby, cresciuta soprattutto da un tecnico – Marco Crivellaro, che si occupava anche della parte organizzativa – che in quegli anni ha fatto un lavoro importantissimo per il movimento femminile. “L’incontro con Vittoria Vecchini è avvenuto durante le visite nelle scuole, come per tante altre ragazze e ragazzi. In quegli anni abbiamo lavorato per creare una vera e propria fileira femminile a Badia: fino ai 12 anni ragazze e ragazzi giocavano insieme, poi abbiamo creato l’under 14, l’under 16, l’under 18 fino alle Seniores con dei numeri anche importanti. Alcune di queste ragazze, oltre a Vittoria, giocano in Nazionale o comunque a livelli di Serie A Elite come Emma Stevanin, Natascia Aggio, Mariachiara Benini ed Elettra Costantini che gioca nell’Italia under 20. Un percorso bellissimo che purtroppo si è chiuso a causa del Covid, ma anche se ora non alleno più a causa dei tanti impegni di lavoro spero possa ricominciare presto” racconta Crivellaro. Al momento, la squadra maschile del Borsari Rugby Badia milita in Serie A, girone 3. “Ho dei bellissimi ricordi di Vittoria. In campo lavorava tanto, si dava da fare, aveva tanta voglia di giocare e di crescere. Fisicamente è sempre stata molto prestante e questo la aiutava, e aveva già delle belle qualità tecniche, ma proprio per questo ho cercato di farla lavorare ancora di più per evitare che si ‘adagiasse’ sull’essere più forte delle altre in quel momento. È cresciuta tantissimo e nel giro di un paio d’anni è diventata davvero brava” racconta Crivellaro: “È importante fare questo tipo di lavoro su ragazze e ragazzi che già a 13-14 anni si presentano con qualcosa in più, far capire loro che non per questo bisogna lavorare meno. E devo dire che lei, come tutte, ha sempre accettato tutti i lavori che le proponevo e che la portavano a crescere ancora di più”. A Badia, in quegli anni, si era creata una vera e propria famiglia: “Oltre a vederci in campo ho tanti ricordi di lei anche fuori, perché spesso si organizzavano cene ed eventi con le ragazze e i loro genitori, quindi ci siamo sempre divertiti tanto. Scherzavamo, giocavamo, abbiamo fatto anche delle gite tutti insieme proprio per creare quell’ambiente familiare e di comunità che è parte integrante del mondo del rugby. A livello rugbistico a Badia abbiamo sempre cercato di lavorare sulla tecnica di base – passaggio, placcaggio, riposizionamento – e sulla parte atletica: penso sia sempre importante crescere giocatrici e giocatori mobili e in grado di muoversi molto. Inoltre, abbiamo sempre cercato di far passare un messaggio importante: il rugby è uno sport per tutti ed è estremamente formativo dal punto di vista umano, perché insegna a darsi sempre una mano l’una con l’altra, a rispettarsi a prescindere da chi possa essere più o meno brava, a mettersi sempre a disposizione”.
dalla base | 25/03/2025
Diabete di tipo 1 e rugby: l’esempio di Mattia
Dare la possibilità ai compagni di sostenerlo nel momento del bisogno.E’ quanto fatto da Mattia Napolitano, giovane rugbista che da quest’anno gioca nell’Under 14 del Cernusco Rugby e che fino all’anno scorso giocava nell’Under 12 del Fennec Fox Rugby di Gessate.Mattia ha il diabete di tipo 1, una patologia cronica che accompagna chi ne soffre per tutta la vita.Con il diabete di tipo 1 purtroppo non si scherza e bisogna saper riconoscere i segnali che la malattia presenta per evitare conseguenze che, in alcuni casi, possono essere tragiche.Per questo Mattia ha voluto incontrare i propri compagni di squadra e i loro genitori per raccontare il diabete di tipo 1 e metterli nelle condizioni di poterlo aiutare nel momento in cui dovesse trovarsi in difficoltà.Ha preparato un power point molto semplice, ma estremamente efficace, e insieme ai propri genitori Stefano Napolitano e Monica Perrello ha radunato la squadra in club house e spiegato nel dettaglio cosa fare nel caso di necessità.Ha parlato sempre lui e la platea è stata ad ascoltare con attenzione. Il diabete di tipo 1 è una patologia che si presenta spesso in età infantile, è caratterizzatadalla presenza di elevati valori di glucosio nel sangue chiamata iperglicemia. Questo avviene perché i propri anticorpi riconoscono come agenti estranei le cellule beta del pancreas che producono insulina.L’insulina ha il compito di abbassare la glicemia nel sangue e la sua quantità si riduce fino ad azzerarsi: così esordisce il diabete.La terapia consiste nella misurazione e la somministrazione continua di insulina tramite iniezioni o macchinetta di infusione chiamata Micro infusore.Per chi è affetto da diabete giovanile, lo sport costituisce uno strumento terapeutico che regola la glicemia e il metabolismo, migliora il benessere psicologico e aumenta la fiducia e il senso di controllo sulla malattia. Certo richiede adattamenti nella terapia e nella dieta, ma questo stimola nel bambino diabetico l'autogestione della glicemia e la collaborazione con il medico e gli educatori.Mattia con il suo gesto ha rafforzato il senso di squadra e integrazione, trasformando una sfida personale in una opportunità di crescita collettiva.Per Questo Mattia ha vinto una delle due borse di studio del concorso nazionale “In campo con Fede”, in memoria di Federico Doga, associazione che ha come obiettivo sensibilizzare i giovani sui valori di altruismo e condivisione.
dalla base | 20/03/2025

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