La clubhouse del Neapolis, squadra femminile nata da una costola della società Amatori Napoli Rugby, nasce nel 2015 in concomitanza con l’acquisizione dell’attuale struttura situata all’interno dell’ex Base NATO di Bagnoli. Un luogo che, nel giro di pochi anni, ha assunto un significato che va ben oltre la sua funzione originaria: non soltanto uno spazio logistico, ma un ambiente vivo, capace di incarnare lo spirito più autentico del rugby.
Fin dalla sua fondazione, la clubhouse si è affermata come punto di riferimento imprescindibile per atlete, staff e famiglie. È qui che le giornate di gara iniziano e si concludono, è qui che si costruisce quella continuità tra campo e vita quotidiana che rappresenta uno degli elementi distintivi della cultura rugbistica. Prima del fischio d’inizio, tra concentrazione e rituali condivisi; dopo la partita, tra analisi, racconti e momenti di convivialità: ogni passaggio trova nella clubhouse il suo naturale spazio di espressione.
Col tempo, questo ambiente ha saputo trasformarsi in un crocevia di storie, esperienze e generazioni. Dalle più piccole che muovono i primi passi con il pallone ovale alle atlete della prima squadra, passando per allenatori, dirigenti e volontari: ognuno contribuisce a rendere la clubhouse un luogo dinamico, in cui il senso di appartenenza si costruisce giorno dopo giorno. Non è soltanto un punto di ritrovo, ma un vero e proprio laboratorio umano, dove si trasmettono valori, si consolidano relazioni e si alimenta una visione comune. E’ il lugo dove il Sei Nazioni, che stanno disputando le ragazze di Roselli, diventa l’occasione per rendere vivi i valori e i principi attono a cui si costruisce giorno dopo giorno l’identità del club.
In questo contesto, la dimensione dell’accoglienza assume un ruolo centrale. La testimonianza di Valentina Alvarez, atleta colombiana arrivata a Napoli per vivere da vicino l’esperienza del rugby italiano, restituisce con immediatezza la forza di questo ambiente:
“Qui a Napoli ho trovato una famiglia, nessuno mi ha mai fatto sentire sola. Fin dal primo giorno sono stata accolta con calore e affetto. Quando ero in Colombia le squadre nazionali europee mi sembravano estremamente lontane, oggi non posso dire lo stesso. Ogni azione sento di viverla sulla mia pelle, contribuire allo sviluppo di questo movimento mi fa rendere conto sempre di più che stiamo costruendo qualcosa di veramente grande. Non vedo l’ora di vedere una loro partita allo stadio.”
Le sue parole raccontano un aspetto fondamentale: la clubhouse non è soltanto uno spazio interno al club, ma anche una porta aperta verso l’esterno, capace di attrarre, includere e mettere in relazione realtà diverse. È un luogo in cui il rugby si fa linguaggio universale, capace di superare confini geografici e culturali.
A completare questo quadro è il contributo silenzioso ma essenziale di chi, lontano dai riflettori del campo, rende possibile tutto il resto. Nicola Campoccio, storico collaboratore della cucina, rappresenta una di queste figure:
“È da vent’anni che sono legato a questo club, da quando mio figlio mi portò a vedere la sua prima partita. Da allora non me ne sono più andato. Ho visto passare intere generazioni: tante bambine e tanti bambini muovere i primi passi rugbistici su questo campo e crescere, fino ad arrivare a giocare in prima squadra. È sempre un enorme piacere dar loro da mangiare, è un modo per prendermi cura di loro anche fuori dal campo.”
Il suo racconto mette in luce un altro elemento distintivo: la cura. Non solo quella tecnica o atletica, ma quella quotidiana, fatta di gesti concreti e attenzioni che contribuiscono a creare un ambiente familiare. Anche nei momenti più complessi, come durante i grandi tornei, questo spirito non viene meno:
“La fatica non manca, soprattutto nei momenti più intensi, come durante i tornei. Ricordo ancora quando mi trovai a preparare il pasto per 800 bambini: una giornata impegnativa, ma anche piena di soddisfazione. Alla fine, però, quello che conta davvero è altro. La mia soddisfazione più grande è vederli tornare sempre qui, in clubhouse, anche dopo tanti anni, con le loro radici ben salde. Questo vuol dire che abbiamo fatto qualcosa di buono, che abbiamo costruito non solo una squadra, ma una vera comunità.”
Ed è proprio questo il punto: la clubhouse del Neapolis non è soltanto il cuore pulsante della struttura, ma il simbolo di un’identità condivisa. Un luogo in cui il tempo non cancella i legami, ma li rafforza; in cui ogni ritorno rappresenta una conferma del lavoro svolto; in cui il rugby smette di essere soltanto uno sport per diventare esperienza, memoria e futuro.
Guardando avanti, la clubhouse continua a rappresentare una base solida su cui costruire. Non solo per sostenere l’attività sportiva, ma per alimentare quel tessuto umano che rende unico ogni club. Perché, al di là dei risultati, ciò che resta davvero sono le relazioni, le storie e il senso di appartenenza che luoghi come questo riescono a generare e custodire nel tempo.

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