Capitana del Villorba da sempre, capitana della Nazionale dal 2016 al 2018, Sara Barattin è una di quelle Azzurre che hanno scritto la storia recente del rugby italiano. E lo ha fatto sempre tramite l’esempio, sul campo e fuori, con una carriera straordinaria sia a livello di club che internazionale e con quel sorriso che è da sempre uno dei suoi tratti distintivi: “Sono capitana del Villorba praticamente da quando è nato (ride, ndr), l’anno prossimo festeggeremo i 10 anni della squadra femminile. In Nazionale, invece, sono diventata capitana nel 2016 dopo l’addio di Silvia Gaudino, che voleva diventare mamma. Fu Andrea di Giandomenico (ai tempi capo allenatore dell’Italia femminile) a propormelo. Lì per lì sono stata assalita dai dubbi, ho iniziato a chiamare tutte (ride, ndr), Paola Zangirolami, la stessa Silvia Gaudino, chiedevo ‘ma ce la posso fare?’. Tutte mi rispondevano di stare tranquilla, e alla fine ho accettato”.
Essere capitana
“Essere capitana è qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno” spiega Barattin: “È una presenza costante, sia in settimana durante gli allenamenti, sia in partita, e in qualche modo ogni giorno si acquisisce qualcosa di nuovo, come se non si finisse mai di imparare, anche se lo fai da tanti anni. Ci sono cose in cui in questi anni sono cambiata, ad esempio sono diventata un po’ più brava con le parole rispetto a prima, ma ho sempre pensato di essere una capitana ‘di campo’ e di riuscire a guidare la squadra attraverso il mio modo di giocare. Forse, proprio perché so di non essere bravissima a parole, cerco di essere sempre semplice e diretta quando parlo alla squadra, quindi alla fine forse è anche un vantaggio. A volte faccio qualche danno (ride, ndr) però va bene così, la cosa importante è che ci sia sempre empatia tra noi, credo sia la parola chiave”. E alla domanda “cosa consiglierebbe Sara Barattin a un’ipotetica futura capitana del Villorba” l’ex azzurra risponde: “Prima di tutto di portare avanti tutto quello che abbiamo costruito, di essere una trascinatrice tramite l’esempio e il comportamento, ma soprattutto di trasmettere sempre al gruppo la gioia di stare insieme, di fare fatica insieme, di esserci sempre l’una per l’altra”
Attraverso le generazioni
Sara Barattin ha vissuto tante diverse fasi della storia recente del rugby italiano, e di conseguenza si è rapportata a generazioni molto diverse tra loro: “Sicuramente tra una generazione e l’altra è cambiato il mio modo di rapportarmi con le ragazze. Cerco sempre di adattarmi, di capire con chi posso usare un determinato tono o determinate parole e con chi invece devo usare un approccio diverso. E poi c’è un fattore che secondo me è fondamentale: il periodo del Covid ha cambiato completamente la vita di molte ragazze, che in una fase fondamentale del loro percorso come l’adolescenza sono state quasi due anni chiuse in casa, quindi hanno un vissuto completamente diverso dal nostro. Bisogna fare molta attenzione a trovare il modo giusto per comunicare con loro, con la giusta sensibilità”.
Il rapporto con gli arbitri
Un altro aspetto fondamentale del capitanato è sicuramente il rapporto con gli arbitri, raccontato da Barattin con la consueta schiettezza e ironia: “Il mio rapporto con gli arbitri? Bisognerebbe chiederlo a loro (ride, ndr). Scherzi a parte, credo che l’aspetto fondamentale sia sempre il rispetto della loro figura e delle loro decisioni, è fondamentale che si crei questo rapporto di rispetto affinché la partita sia fluida e corretta, che alla fine è l’obiettivo di tutte le persone che sono in campo. Quando gioco sono molto concentrata e a volte mi capita di esagerare, ma il rispetto non viene mai a mancare e quando esagero chiedo scusa. Anche dal punto di vista tecnico un buon rapporto con gli arbitri valorizza tutto il gioco: si gioca di più e meglio, con un tempo effettivo maggiore, quindi la collaborazione è fondamentale”.
Il rapporto capitana-arbitro
Ci sono momenti in cui il rapporto tra capitani e arbitri viene messo costantemente alla prova, soprattutto quando si chiede una spiegazione dopo una decisione: “Personalmente cerco sempre di essere molto specifica e chiara con gli arbitri, spiegando loro se ho notato determinate situazioni da segnalare. Poi chiaramente ci sono momenti e momenti, alcuni anche molto simpatici. Ricordo quando nel 2017 segnammo all’Inghilterra dopo 3 minuti con Sofia Stefan e andammo in vantaggio, e le ragazze mi dissero in veneto: “Come si dice in inglese ‘fischia la fine?’ Dillo all’arbitro!” (ride, ndr). Barattin racconta anche la differenza tra il rapportarsi con arbitri italiani o con i quali comunque ci si conosce bene e arbitri internazionali con i quali invece bisogna creare un rapporto da zero: “Cambia molto. Quando c’è più confidenza ti senti più libera di parlare, a volte magari anche sbagliando. Quando invece non conosci gli arbitri cerchi prima di tutto di capire cosa vuole, quali sono le sue esigenze, cosa tende a fischiare, c’è una concentrazione maggiore. Alla fine è un aspetto fondamentale: capire cosa l’arbitro vuole in campo può cambiare una partita in un senso o nell’altro”.

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