Il movimento arbitrale italiano sta crescendo sempre di più, e non solo a livello maschile – con Andrea Piardi e Gianluca Gnecchi che hanno aperto la strada all’Italia nell’altissimo livello – ma anche femminile. E non solo con Clara Munarini, ormai tra le direttrici di gara più stimate a livello internazionale: dietro crescono tante giovani promettenti come Beatrice Smussi, che ha arbitrato la sua terza finale scudetto femminile e che ha partecipato come assistente nel Sei Nazioni Femminile 2026. Ingegnere gestionale, Beatrice Smussi ha iniziato grazie al padre, anche lui arbitro, e non si è più fermata, e insieme a lei tante altre donne stanno facendo un importante percorso di crescita che rende il movimento arbitrale femminile italiano sempre più di alto livello: “Oggi non è più strano per le società e i giocatori vedere arrivare al campo una donna: è una cosa molto importante e positiva, perché significa che non si rimane più stupiti, nemmeno in senso positivo. È diventata una cosa normale e questo vuol dire che la mentalità sta cambiando e che si è più aperti a vedere delle donne in ruoli decisionali, anche in ambito sportivo. Da qualche stagione inoltre non c’è più la distinzione tra pannelli femminili e maschili: tutti gli arbitri sono ricondotti nei pannelli di riferimento, Serie A o Serie B. Questo credo sia molto stimolante per noi arbitri donne, perché ci consente di essere considerate, al pari dei nostri colleghi, per qualsiasi partita del panel a cui apparteniamo”.
Da dove tutto è cominciato
“Da ragazzina sciavo, e sebbene non abbia mai giocato a rugby l’ho sempre seguito. Mio fratello giocava e adesso è arbitro anche lui, e mio padre era un arbitro nazionale, per cui nei weekend in cui non gareggiavo andavo spesso con mia mamma sui campi quando lui arbitrava” racconta Smussi. “L’ho sempre vissuto in famiglia, andavamo spesso a vedere anche le partite del Sei Nazioni. Insomma, è stato uno sport sempre presente nella mia vita. Poi a 16 anni – e sciavo ancora – mio padre mi propose di fare il corso da arbitri: ho iniziato un po’ per gioco, poi sono arrivate le prime partite e mi sono accorta che mi piaceva sempre di più. Arrivata a 18 anni mi sono trovata a scegliere tra sci e rugby, due percorsi a cui tenevo molto. Ho deciso di puntare sul rugby, perché sentivo che lì potevo esprimermi al meglio e costruire qualcosa di importante, mentre lo sci è rimasto una passione che continuo a coltivare, anche dopo aver frequentato il percorso per diventare maestra di sci. Così mi sono dedicata completamente al rugby e, a 19 anni, sono entrata in Accademia, iniziando il mio percorso di formazione nell’arbitraggio”.
La nascita di una passione
Inizialmente è stata una questione di famiglia, poi però l’amore è cresciuto gradualmente stando sui campi e scoprendo tutte le pieghe di questo sport unico, e di un ruolo ancora più particolare: “Da un lato, avendo sempre sciato, ero abituata agli sport individuali, quindi, non avevo difficoltà all’idea di dover performare ‘da sola’ anche da arbitra. Anche se oggi quella degli arbitri è una vera e propria squadra, con assistenti e TMO, alla fine quando sei in mezzo al campo sei tu a dover decidere, e questo è una degli aspetti che mi piace maggiormente di questo ruolo. La parte più sfidante è il dover cercare di performare al meglio cercando di non impattare, con le mie decisioni, sulle prestazioni delle squadre. Anzi, il nostro ruolo è quello di agevolarne il gioco, mettendo le squadre nelle condizioni di potersi esprimere nel modo migliore. Sicuramente il rispetto che c’è in campo con i giocatori e il clima di collaborazione reciproca che trovo e respiro durante le partite – e che rendono il rugby uno sport diverso dagli altri – hanno contribuito a farmelo amare. Poi è chiaro, ci sono anche in questa, come in qualunque disciplina sportiva, alti e bassi, non voglio dire che non ci siano situazioni più complicate, ma di base i valori ed i principi che lo contraddistinguono rimangono dei capisaldi anche nella vita oltre che nello sport”.
Il percorso, strada fatta e mete future
Beatrice Smussi ha iniziato, come tutti, con l’under 14, poi dopo l’ingresso in Accademia ha iniziato la scalata, un gradino dopo l’altro: due anni tra Serie A Elite femminile e Serie C, poi cinque anni di Serie B e da tre anni anche la Serie A. Nel 2024 è arrivato anche l’esordio in Coppa Italia, e poi nel 2026 la prima volta da assistente in Serie A Elite. Nel frattempo, sono arrivate anche tre finali scudetto femminili, l’ultima proprio a marzo del 2026: “Sono orgogliosa di questa terza designazione. Per un’arbitra ricevere per tre volte una finale è un traguardo importante, una fiducia rinnovata. Questa stagione sono giunte anche designazioni a livello internazionale: Galles-Francia al Sei Nazioni femminile under 21 e poi due partite da assistente al Sei Nazioni Seniores: Inghilterra-Galles e Irlanda-Galles. L’obiettivo di questa stagione era proprio ricevere delle designazioni al Sei Nazioni e sono felice di averlo raggiunto ma sto già lavorando con una visione a lungo termine per poter crescere ancora e riuscire ad entrare nella squadra di arbitri e assistenti per il Mondiale femminile 2029. So che è un obiettivo ambizioso, ma sono altrettanto convinta che, lavorando con impegno come ho sempre fatto in questi anni e con il supporto del nostro formatore e del team di World Rugby, possa diventare un traguardo raggiungibile”.
I punti di riferimento e lo sviluppo del movimento femminile
Dalla famiglia ai colleghi, sono tanti i punti di riferimento che Beatrice Smussi ha trovato lungo il suo percorso: “Il primo punto di riferimento ovviamente è stato mio padre, che mi ha sempre seguito fin da piccola sui campi, mi è stato vicino, mi ha aiutata a crescere. Essendo di Brescia, ho avuto, inoltre, la fortuna di condividere la stessa sezione con Andrea Piardi e Gianluca Gnecchi: andavamo insieme in Accademia e alle riunioni sezionali, e grazie a loro ho avuto l’opportunità di crescere molto. Durante le riunioni si analizzano le situazioni, ci si confronta e si lavora molto sulle clip e sui possibili scenari di gioco; la loro presenza ed esperienza mi hanno aiutata a sviluppare la giusta forma mentis. Altro punto di riferimento e pilastro del movimento femminile è poi Clara Munarini che ha aperto molte porte per l’arbitraggio italiano. L’ultima, in ordine di tempo, è stato il suo esordio in URC nel derby tra Benetton e Zebre come arbitra, dopo anni di esperienza come assistente. Negli ultimi anni, inoltre, ci sono diverse ragazze che sono entrate nei panel nazionali: tre sono ormai stabilmente in Serie A, mentre cinque fanno parte del panel di Serie B, con livelli di esperienza diversi. Alcune arbitrano con continuità in quella categoria, altre sono vicine all’esordio e nel frattempo proseguono il loro percorso anche a livello femminile. La crescita dei numeri del movimento femminile è molto stimolante e ci spinge a dare il meglio per fornire prestazioni sempre all’altezza. Anche il fatto che da qualche stagione non ci sia più la distinzione tra pannelli femminili e maschili, ma tutti gli arbitri, uomini e donne, confluiscano nei medesimi pannelli di riferimento, Serie A o Serie B, è motivo ulteriore per migliorare. È un aspetto che ritengo molto stimolante, perché permette di essere considerate al pari dei colleghi per tutte le partite del nostro panel: oggi la presenza di un’arbitra in campo, come detto, non sorprende più. È una presenza normale, segno di una mentalità più aperta e di un crescente riconoscimento delle donne anche in ruoli decisionali. Dal mio punto di vista, in campo non percepisco differenze, né mi sento penalizzata per il fatto di essere una donna. È un aspetto di cui il rugby può essere orgoglioso, perché rispetto ad altri sport è stato in qualche modo pionieristico. Nel calcio, ad esempio, non è così scontato, e anche nel basket oggi c’è una sola arbitra in Serie A senza un movimento altrettanto strutturato alle spalle. Parlandone con lei emerge come non sia ancora così comune vedere una donna in campo. Su questo credo che nel rugby sia stato fatto un buon lavoro, ma è importante continuare perché il cammino da fare è ancora lungo”.

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