Autore: Claudia Parola
Linee di meta: Giacomo Milano, Malik Faissal, Andrea Cinti, Marco Quagliotti
“Sono cresciuto nella Nuova Rugby Roma, dove ho incontrato Andrea Cinti, una persona fondamentale per la mia cresciuta rugbistica e umana. Mi ha allenato dai 13 ai 17 anni, ma soprattutto mi ha aiutato durante il periodo del Covid, quando riuscì a far risbocciare la passione per il rugby che non riuscivo più a far venire fuori” – Giacomo Milano Marco Quagliotti, detto “Quaglio”, è stato molto più di un allenatore: è stato un vero esempio. Mi ha aiutato a crescere come rugbista e mi ha trasmesso l'importanza del rispetto verso gli avversari. Sempre al mio fianco, ha supportato ogni mia decisione, accompagnandomi dal primo allenamento con la selezione regionale fino al primo raduno con la Nazionale. Il suo amore per il rugby è stato una grande fonte di ispirazione, spingendomi costantemente a dare il massimo” – Malik Faissal Far crescere i giovani non significa solo insegnare loro a giocare a rugby: vuol dire guidarli, aiutarli, mostrare loro la strada e la direzione giusta per farli diventare uomini e donne. E quello che è accaduto a Giacomo Milano e Malik Faissal, due grandi talenti aiutati da due grandi allenatori a superare ogni difficoltà. È successo alla Nuova Rugby Roma, realtà nata nel 2005 e dedicata (per ora) esclusivamente al settore giovanile, con Andrea Cinti, che ha guidato Giacomo Milano – terza linea del Noceto – nel momento più delicato del suo percorso di crescita: “Ho dei ricordi bellissimi. Ha cominciato con noi da bambino, già si distingueva soprattutto a livello fisico, era impossibile non notarlo (ride, ndr). Lo abbiamo visto e seguito fin da piccolo, poi l’ho allenato in under 14, under 16 e poi 17, quando furono inserite le categorie dispari” racconta Cinti, 60 anni, che ha giocato da sempre a Roma, allena da 20 anni e adesso si occupa della formazione dei ragazzi che diventeranno poi gli educatori e allenatori della Nuova Rugby Roma. Come raccontato da Giacomo Milano, Cinti è stato fondamentale durante il periodo del Covid, quando ha rischiato di lasciare: “Credo che il senso e l’obiettivo di tutto il nostro progetto sia proprio questo. Al di là del fatto che sia arrivato ad altissimi livelli, e ne sono ovviamente orgoglioso, dare questa motivazione ai ragazzi e aiutare chi in un determinato momento si sente in difficoltà è ciò che mi rende più felice, e il fatto che poi tutto questo abbia contribuito a far arrivare Giacomo così in alto è ovviamente un motivo d’orgoglio. Alla fine noi dobbiamo fare questo: contribuire alla crescita umana dei ragazzi, perché poi più saliranno di livello più troveranno allenatori bravissimi come quelli con cui Milano lavora adesso, ma è importante che il rugby di base formi prima di tutto la persona, in modo che poi il giocatore possa svilupparsi di conseguenza”. “Sono da sempre alla Nuova Rugby Roma, un progetto nato nel 2005 anche grazie al presidente – e mio caro amico - Roberto Barilari, la vera anima del club” spiega Cinti: “La filosofia nel nostro club è sempre quella di ‘lasciare spazio’ ai ragazzi, insegnando loro i fondamentali dell’educazione e del rispetto ma lasciandoli liberi di divertirsi. Cerchiamo di non focalizzarci troppo sui risultati, mettendo al centro l’appartenenza, il gruppo, l’unità, tutti valori che rischiano di perdersi. Non bisogna mai perdere di vista questo principale obiettivo, soprattutto lavorando con persone che vivono comunque un’età particolare come quella della crescita e dell’adolescenza. Dopo tanti anni di lavoro con i giovani stiamo pensando di costruire anche una squadra seniores, che nasca proprio dai ragazzi che in questi anni sono cresciuti nella Nuova Rugby Roma”. Lo stesso ha fatto Marco Quagliotti, allenatore dell’under 14 del Rugby Parma e responsabile del minirugby, che ha allenato l’ala degli Azzurrini e del Rugby Parma 1931 Malik Faissal: “Malik ha iniziato da piccolo, aveva 6 anni, e l’ho incontrato più avanti quando ha cominciato in under 12, proprio quando ho iniziato ad allenare. Alla fine siamo cresciuti insieme: io da allenatore, lui da giocatore. Malik era ed è un ragazzo fantastico anche fuori dal campo, non si arrabbia mai e – anzi – abbiamo dovuto spingerlo a tirare fuori un po’ di sana cattiveria agonistica. All’inizio tendeva a buttarsi giù, se faceva un errore andava nel pallone: abbiamo lavorato tanto su questo proprio per farlo crescere, prima di tutto a livello umano. Come caratteristiche era già molto simile ad ora, aveva delle doti atletiche e fisiche notevoli. Quello che gli mancava era un po’ la tenuta mentale, se sbagliava qualcosa non riusciva a reagire, adesso invece è diventato molto più forte da questo punto di vista”. Quello di Faissal è “solo” un esempio di quello che Quagliotti e Cinti hanno sempre cercato di fare: “Credo sia fondamentale non limitare i ragazzi. Bisogna evitare di infondere loro la paura di sbagliare, magari riempiendoli di troppe nozioni tattiche o schemi prefissati quando dovrebbero essere liberi di provare a fare una giocata. Se un ragazzo non viene lasciato libero di provare qualcosa quando è giovane, quando crescerà non potrà farla. Dobbiamo crescere prima di tutto dei ragazzi, poi dei giocatori: abbiamo sempre cercato di far capire loro lo spirito del nostro sport, soprattutto dal punto di vista del rispetto degli avversari, delle regole, degli allenatori. Dal mio punto di vista è la base da cui parte tutto il resto: prima il rispetto, poi la tecnica”. Il percorso di Faissal si inserisce nella particolare storia recente del Rugby Parma, come racconta Quagliotti: “Dopo il fallimento del 2011 la società ha deciso di ripartire dal settore giovanile, e da lì sono stati anni crescita per i giovani, proprio quelli in cui si sono avvicinati al rugby ragazzi come Malik Faissal e Pietro Melegari, anche lui dell’under 20 italiana. Dopo tanto lavoro siamo tornati ad ottenere risultati importanti: la seniores ha ricominciato dalla Serie C2 con una squadra formata da ragazzi provenienti dal settore giovanile, e di promozione in promozione è arrivata in Serie A2 oltre ad avere una squadra cadetta in Serie C, più due under 18, due under 14 e tutte le categorie del minirugby. Per quanto riguarda i giovani, al momento abbiamo circa 230 tesserati solo per quanto riguarda il settore giovanile fino all’under 18”.
dalla base | 07/02/2025
25 anni di Sei Nazioni – Incontri nella Storia: Italia v Galles
Dieci anni fa il Galles camminò sulle rovine dell’Italia: quel 20-61 coincise con un pomeriggio di azzurro-tenebra, capace di vibrare un colpo di cancellino sulle due vittorie al Flaminio quando, prima puntata, i rossi non si capacitarono di aver ceduto agli italiani e, seconda puntata, alzarono mugugni contro l’arbitro, l’inglese Chris White, che si affrettò a fischiare la fine dopo la punizione calciata in touche da James Hook: i Dragoni sognavano un drive per violare la linea e metter le mani sul match. Quella fine delle ostilità servì a rinfocolare i vecchi astii tra chi abita al di qua e al di là del Severn. Usando la memoria e il supporto delle cifre, i flash back dicono che i gallesi hanno avuto la meglio negli ultimi otto faccia a faccia, due al Flaminio e sei all’Olimpico. L’ultima volta due anni fa, con un margine meno pesante, in fondo a una partita interpretata con modalità tattiche semplici e conservative, il modo per scrollarsi di dosso il raid improvviso, dodici mesi prima, offerto con il frullo di un’allodola, da Ange Capuozzo: prima vittoria italiana a Cardiff nello stadio eretto al centro della città. Le mani decisive furono quelle di Edoardo Padovani che recapitò il dono ricevuto da Angelino. Quella fuga degna di un Mercurio, l’imprevedibile dio dalle ali ai piedi, segna la prima crepa, che si è progressivamente allargata, nel gran edificio, vecchio 145 anni, del rugby di Cymru, il Principato che ha fatto del gioco simbolo e orgoglio. E i tempi sono diventati sempre più grami, sempre più impervi e non è servito il ritorno sul ponte di comando di Warren Gatland, condottiero del Principato in giorni felici e dei Lions. Un anno fa, ancora a Cardiff, l’a-solo elegante di Lorenzo Pani – il voto l’ha eletta, a ragione, la meta più bella del Torneo, così come il suffragio ha spedito Tommaso Menoncello all’Oscar del miglior giocatore – in una partita dal punteggio falso: quel 21-24 non racconta la vera trama di un confronto con le briglie sempre saldamente in mano agli azzurri. Per i gallesi, l’anno orribile, scandito da una sconfitta dopo l’altra, da un senso di impotenza, di vocazioni sempre più scarse, di decadenza, di scivolamento progressivo nel ranking proseguito in un autunno avaro e spietato. Per l’Italia di Gonzalo Quesada, progressi, iniezioni di fiducia, qualche balbettio novembrino. Ora, ancora un testa a testa. I gallesi sognano una nona sinfonia romana; gli azzurri voglio spezzare una serie troppo lunga di rese interne contro i rossi. La catena dell’infelicità che pareva eterna – 36 partite – saltò proprio contro chi porta addosso le tre piume e parla una dolce e antica lingua.
News | 06/02/2025
Silvano Babetto, segni particolari: una vita dedicata alla palla ovale.
“Babe”, questo il soprannome con cui è conosciuto sul territorio, ha recentemente festeggiato il 41esimo anno di attività come allenatore del minirugby con una cena a sorpresa fatta dai suoi ragazzi della sua prima squadra, classe 70-71. Un esempio di dedizione e passione per questo sport e una storia che merita di essere raccontata. Inizia sulla panchina del Valsugana, ad appena 22 anni dopo aver lasciato il rugby giocato, poi dopo otto anni il passaggio al Petrarca, dove si divide ancora tra l’under 10 e l’under 12. “Ho iniziato a lavorare molto presto come cuoco alla scuola materna e questo mi ha portato sin da giovanissimo a stare a contatto con i più piccoli. Allenare i bambini e le bambine per me è stato naturale, un hobby che si è trasformato con il passare del tempo in una vera a propria passione. Il segreto è divertirsi, in campo rido ancora tantissimo e questo mi spinge a continuare”. Babetto ha cresciuto e allenato intere generazioni di rugbisti, alcuni dei quali hanno calcato i più importanti palcoscenici internazionali. “Ora alleno i figli di alcuni di alcuni di questi ragazzi anche se sembra ieri quando allenavo i padri – spiega Babe – è una cosa che mi inorgoglisce ma al contempo mi ricorda che il tempo sta passando velocemente”. Gli anni passano ma non cambiano i valori che spingono Silvano Babetto “Il mio obiettivo primario, oltre naturalmente ad insegnare il gioco e il rispetto per l’avversario, è quello di creare il gruppo, un insieme di amici che possano crescere nello sport ma anche una volta che avranno finito di giocare”. E proprio il campo da rugby ha permesso di cementare rapporti importanti “Sono orgoglioso dell’amicizia che mi lega ad Andrea Rinaldo, per lungo tempo un mio “accompagnatore”. Anche con Graziella Calore, storica segretaria del Petrarca ci vediamo e sentiamo spesso. Sono legatissimo alla famiglia Ghiraldini con cui ogni Natale passiamo dei piacevolissimi momenti insieme”. Babetto ha trasmesso la propria passione ai figli “Francesco allena l’under 10 mentre Carlo guida l’under 18 del Petrarca. Per mio nipote Pietro, che ha due anni e mezzo, è ancora presto per il rugby in campo ma ha già iniziato con le attività propedeutiche e il gioco legato alla palla ovale”. E la moglie? “Abbiamo raggiunto un equilibrio nel corso degli anni – sorride Silvano Babetto – sa che farei fatica a rinunciare al rugby e la ringrazio per avermi sempre supportato”. Sono tanti gli aneddoti e le storie da raccontare in quarantun anni di carriera “La mente mi riporta spesso al passato, ad episodi di campo ma anche a quelli avvenuti fuori. Le trasferte in bus con la squadra, le amicizie coltivate nel corso del tempo, il rapporto e il confronto con i genitori”. Di smettere Silvano non ci pensa minimamente ma ha le idee chiare sul futuro e l’insegnamento del rugby “Ovviamente spazio ai giovani, sono tanti i ragazzi che hanno iniziato il percorso per diventare allenatore e che scendono in campo settimanalmente, questo mi rende felice. Io sono a disposizione a dare una mano e a fornire i consigli necessari”. Sempre con la palla ovale nel cuore.
dalla base | 04/02/2025
Linee di meta: Nelson Casartelli, Edoardo Todaro e Paolo Ragusi
La linea di meta è dritta, quella della vita no: come, grazie a qualcuno, la traiettoria personale di atlete e atleti è cambiata. “Ho cominciato a giocare a rugby al Cus Milano, per poi trasferirmi poco dopo all’AS Rugby Milano dove ho incontrato Paolo Ragusi, la persona più importante nel mio percorso di formazione rugbistica. Con lui sono stato 6 anni: mi ha allenato prima al Rugby Milano fin dall’under 8, l’ho ritrovato di nuovo quando sono tornato al Cus Milano dove sono stato fino all’Under 14. È stato fondamentale per me” – Edoardo Todaro “Sono cresciuto rugbisticamente tra Cus Milano e AS Rugby Milano, le prime due squadre in cui ho giocato. In queste due squadre ho trovato un punto di riferimento importantissimo che è stato Paolo Ragusi, il nostro allenatore” – Nelson Casartelli Se due dei ragazzi più promettenti dell’Italia under 20 versione 2025 fanno lo stesso nome, non può essere un caso, e Paolo Ragusi effettivamente al caso non lascia nulla. Ragusi è stato uno storico mediano di apertura dell’AS Rugby Milano (“Ho iniziato in under 11 e ho smesso a 39 anni, ho dedicato tutta la mia carriera al club. Ho avuto la fortuna di giocare anche con Luca Morisi e con mio nipote Simone Ragusi”), una società che ancora oggi vanta 3 squadre seniores, di cui una in Serie A, e tutte le giovanili dai corsi di motricità rugby tots (2-3) anni fino all’under 18. Ragusi ha cominciato proprio All’ASR la sua carriera da allenatore, prima di spostarsi al Cus Milano, dove adesso è capo allenatore dell’Under 18 e allenatore dei trequarti delle due squadre seniores. Al momento, spiega Ragusi: “Il Cus Milano ha tutta filiera delle giovanili, dall’under 6 all’under 18, di cui sono allenatore. L’under 16 gioca nel campionato elite nord-ovest, mentre l’under 18 disputa il campionato elite nord. Ovviamente, quando si parla di Cus Milano non si può non citare il nostro fiore all’occhiello, la squadra femminile, che credo vanti uno dei numeri più alti di tesserati in Italia: abbiamo due squadre seniores, di cui una sempre presente in Serie A Elite, una squadra under 18 e una under 16”. Proprio tra ultimi anni di lavoro all’ASR e i primi al Cus Milano è arrivato l’incontro con Edoardo Todaro e Nelson Casartelli, rispettivamente centro e terza linea dell’Italia under 20: “Con Edoardo Todaro siamo stati insieme dall’under 8 fino all’under 14, quando ha deciso di partire per l’Inghilterra. È stata una scoperta molto piacevole, è figlio di un ex giocatore dell’Amatori Catania, conosceva già il nostro sport, già ai tempi aveva un atletismo sopra la media. Stessa cosa per Nelson Casartelli, ha avuto subito un impatto notevole. Con loro abbiamo vissuto tantissime avventure perché ho sempre pensato che vivere più esperienze possibili sia il modo migliore per crescere. Abbiamo giocato tantissimi tornei, nazionali e internazionali: siamo andati a Rovigo, Padova, Treviso dove abbiamo vinto il Trofeo Topolino, e poi sia con Edoardo sia con Nelson siamo andati a giocare delle amichevoli estive in Irlanda. Due giorni a Dublino, due a Connacht, due Limerick, affrontando le squadre dei campus delle franchigie irlandesi. Pensate che l’arbitro di una di queste partite era l’irlandese John Lacey, che aveva diretto la finale per il 3° posto della Rugby World Cup 2015”. Oggi sono due Azzurrini, Ragusi però ama ricordare i Casartelli e Todaro bambini: “Due forze della natura. Nelson aveva già questa fisicità prorompente che poi ha sviluppato fino ad oggi, la cosa sulla quale abbiamo dovuto lavorare – sia con lui che con Edoardo – è stata fare in modo che quella loro ‘superiorità’ non diventasse limitante per la loro crescita. Chiaramente due giocatori così potevano risolvere le partite da soli, ed effettivamente lo facevano: abbiamo lavorato tanto sul farli partecipare di più all’azione con i compagni, in modo che diventassero dei veri ‘uomini-squadra’. E in questo modo sono arrivati così in alto. Ad esempio, lavoravamo molto sulle abilità individuali, sul passaggio, oppure li facevamo partecipare solo alla seconda parte dell’azione, in modo che si integrassero meglio al gioco di squadra. Ogni volta che parlo di loro sono felice, sono orgoglioso di averli allenati e che siano arrivati fino al Sei Nazioni under 20. Ovviamente li guarderò sempre in televisione, e sono sicuro che sia all’ASR sia al Cus saranno tutti attaccati allo schermo per seguirli”. Il riferimento ai tornei, alle trasferte e alle avventure all’estero non è un caso. Anzi, come spiega Ragusi, l’esperienza è il motore principale della crescita dei ragazzi, ed è un lavoro che ha sempre amato fare sia all’ASR Milano che al Cus Milano: “Credo far uscire i ragazzi dalla propria zona di comfort e far vivere loro delle esperienze diverse sia la cosa più importante. Far vivere loro la trasferta, dormire fuori insieme, stare lontani dai genitori: tutte cose che formano prima di tutto la persona, che deve essere sempre il nostro obiettivo principale. A livello di rugby di base poi credo che sia importantissimo lavorare sulla tecnica individuale, ovviamente considerando l’età dei bambini e dei ragazzi e inserendo quindi dei giochi, delle attività particolari che permettano loro di imparare divertendosi e sconfiggere la paura del contatto o di andare a terra”.
dalla base | 30/01/2025
25 anni di Sei Nazioni – Incontri nella Storia: Scozia v Italia
I quattro minuti e mezzo che sconvolsero il rugby vennero a Murrayfield il 24 febbraio 2007: 0-21 quando il cronometro segnava il 6’ e in tribuna, dopo le mete di Mauro Bergamasco padovano, di Andrea Scanavacca rodigino e di Kaine Robertson neozelandese che aveva imparato il rugby in Italia, tutti erano finiti in quella che è banale definire una dimensione di sogno: era un’ubriacatura, una passeggiata nel delirio più dolce, subito sostituito da una legittima apprensione. Era finita una brevissima partita e ne cominciava un’altra, lunga 74’, di assalti dei blu, di punizioni che Paterson avrebbe potuto calciare in mezzo ai pali e che finirono per essere all’origine di tentativi di sbarchi oltre la linea. Solo Di Rollo e Paterson varcarono quel confine ma il distacco era sempre ampio e la sabbia scorreva nella clessidra. Quando a tempo scaduto, con il risultato in mano, Alessandro Troncon detto Tronky, segnò la quarta meta e Scanavacca la trasformò con il gesto dolce dell’altra sua personalità, quella del giocatore di golf, sul prato comparvero gentiluomini veneziani in mantello e tricorno che tributarono il più elegante degli omaggi alla prima vittoria italiana fuori dalle mura. Venne naturale accostarli a certe figure, due secoli e mezzo prima dipinte da Pietro Longhi. Tra i cavalieri che fecero l’impresa, un tardivo e meritato premio da uomo del match da assegnare a Santiago Dellapè: se gli scozzesi non riuscirono a irrompere, a diventare padroni della touche, il merito deve esser riconosciuto al lock arrivato nel mondo – sarà un caso? – nello stesso luogo, La Plata, che ha visto venire alla luce Sergio Parisse, un altro protagonista della gloriosa giornata che la stampa scozzese avrebbe marchiato a fuoco con un titolo memorabile e spietato: Triple Clowns. Il giorno dopo, all’aeroporto, quella prima pagina correva di mano in mano dando la scossa a chi aveva dormito poco o non aveva dormito affatto. Meglio di un bricco di caffè forte. Gli scozzesi si sarebbero presi una bruciante rivincita sette mesi dopo, a St Etienne quando il piede di Paterson sarebbe stato spietato: sei calci a segno, in fondo a un match che avrebbe prodotto una sola meta, di Troncon, prima del fischiare del pallone che Bortolussi spedì a un palmo dal palo, la distanza che separò gli azzurri dai quarti di finale di Coppa del Mondo. A Murrayfield Pierre Berbizier, detto le petit general, aveva avuto la sua Austerlitz e gli aveva dato seguito, due settimane dopo, battendo il Galles. L’addio fu una sconfitta stretta, non una Waterloo.
News | 28/01/2025
Linee di meta: Niccolò Cannone e Paolo Ghelardi
La linea di meta è dritta, quella della vita no: come, grazie a qualcuno, la traiettoria personale di atlete e atleti è cambiata. “L’allenatore che sicuramente mi ha dato qualcosa di unico, soprattutto a livello emotivo, è stato Paolo Ghelardi detto ‘Il Ciafo’, leggenda del calcio storico e del rugby fiorentino. Ho avuto la fortuna di passare un anno e mezzo con lui. Tutti le volte che ci penso mi vengono i brividi per il modo in cui affrontava le partite, per come viveva i derby toscani. Lui aveva fatto tutta la carriera a Firenze per poi unirsi al Florentia Rugby, dove giocavo io. Prima dei derby piangeva, sentiva la partita come se dovesse giocarla anche lui insieme a noi. Non ho mai visto una persona vivere così tanto emotivamente una partita, e questa cosa ci caricava tantissimo, e ancora oggi credo che mi accomuni a lui la passione, l’emotività e la cattiveria agonistica che mettiamo in campo, oltre ovviamente all’amore smisurato che abbiamo per Firenze” – Niccolò Cannone Il rugby è amore, passione, emotività. Niccolò Cannone è la furia agonistica di fronte ai miti del rugby moderno, affrontati con rispetto ma con la consapevolezza di poter stare a quel livello. Niccolò Cannone però è anche l’emozione prima del match, le lacrime durante l’inno, l’abbraccio con i compagni, l’urlo di gioia dopo una vittoria. Non sono cose che spuntano all’improvviso, sono cose che vengono da dentro, e che vengono tirate fuori da allenatori capaci di far esprimere i bambini e i ragazzi nel modo migliore. Così ha fatto Paolo Ghelardi, detto “Il Ciafo” – 67 anni, allenatore fino al 2017 e insegnante di educazione fisica fino a quest’anno (“ora sono andato in pensione, largo ai giovani”) – che ha allenato Niccolò Cannone prima in Under 16 e poi nella Prima Squadra del Florentia Rugby, una società legata soprattutto al quartiere 4 di Firenze e nata nel 2013 dalla fusione tra il Bombo Rugby – che operava nel settore giovanile dal 1998 – e il Firenze Rugby, nato nel 2003 e storicamente legato all’attività seniores. Un club che ha sempre schierato almeno una squadra in ogni categoria, dall’Under 6 fino alla Serie C e alla Serie B, oltre alle squadre old composte da ex giocatori, genitori dei ragazzi e tanti appassionati di rugby, e che nel 2023 si è unito al Firenze Rugby 1931 formando l’Unione Rugby Firenze. Dal Florentia, oltre a Niccolò, è uscito fuori anche il fratello più piccolo, Lorenzo. Proprio Ghelardi ha raccontato la bellissima esperienza vissuta con Niccolò Cannone, oggi seconda linea del Benetton e della Nazionale, e in generale nel rugby giovanile con il Florentia, dove ha giocato e dove – seguendo un percorso simile – ha giocato anche il fratello Lorenzo: “Niccolò era il più grande e grosso di tutti già a quei tempi, ma è un ragazzo d’oro. Lui e il fratello sono di un’umiltà incredibile. Quando tornano a Firenze spesso vengono a vedere le partite, stanno insieme a noi, è una cosa molto bella. Con Niccolò ho lavorato un paio d’anni in Under 16, ancora si doveva formare del tutto rugbisticamente, ma in campo era sempre attivo, giocava sempre con il sorriso e si vedeva tutto il suo amore per il rugby e la voglia di imparare” spiega Ghelardi, che poi racconta un aneddoto curioso: “Aveva tanta fame, non solo in campo. Ricordo che la mamma gli portava delle schiacciatone grandissime da mangiare (ride, ndr). E poi c’è un’altra cosa da sottolineare, che per me è fondamentale avendo lavorato tanto con i ragazzi e avendo lavorato anche come insegnante di educazione fisica: l’educazione e il rispetto, qualità che Niccolò ha sempre avuto e che questo sport ci insegna”. E sulla sua filosofia di insegnamento, “Il Ciafo” spiega: “Un buon allenatore deve riuscire a intuire le capacità tecniche e fisiche del ragazzo per farlo esprimere e soprattutto divertire, quando è giovane. Bisogna restare allenatori e non diventare ‘addestratori’ facendo diventare i ragazzi tutti uguali, ognuno ha caratteristiche diverse e il nostro ruolo – il più difficile – è tirarle fuori lasciando che restino sempre loro stessi. Niccolò è ‘figlio’ di questa filosofia”. Proprio su questo aspetto, Ghelardi approfondisce il modo in cui ha sempre lavorato con i giovani, e con lui il Florentia: “Va fatto prima di tutto un lavoro di crescita umana. L’obiettivo che mi sono sempre posto è lasciar ‘giocare’ i ragazzi, soprattutto i più piccoli. E poi credo che fino ai 12-14 anni ai ragazzi vada insegnata soprattutto la tecnica e vadano fatti divertire, senza lasciarsi troppo condizionare dalla tattica, dai risultati immediati e dalla troppa voglia di vincere le partite a tutti i costi. Poi è chiaro, il rugby è uno sport tatticamente complicato ed è giusto che a una certa età si introduca anche quella parte, ma i ragazzi devono prima di tutto divertirsi e devono cambiare tanti ruoli. Anche perché a quell’età i bambini e i ragazzi sono delle spugne: imparano tutto. Ad esempio, anche se non l’ho allenato in prima persona, ricordo quando il fratello di Niccolò, Lorenzo Cannone, da ragazzino al Florentia giocava apertura in under 12, poi è diventato centro e poi crescendo si è trasformato in terza linea, ma è un percorso che va fatto con i tempi giusti, senza riempire la testa ai ragazzi”. Tornando a Niccolò Cannone, “Il Ciafo” racconta un altro particolare: “C’è una cosa che di lui mi ha sempre colpito - prosegue Ghelardi - ed è la sua capacità di fare sempre uno scalino in più, di crescere anno dopo anno e di migliorarsi continuamente. L’ho fatto esordire in Serie B a 17 anni, poi è andato in Accademia e ha cominciato a giocare sempre di più, così ha fatto al Petrarca, al Benetton e fino alla Nazionale. Questo fa capire la sua grande attitudine e la sua capacità di imparare”. Pensando all’emotività con cui Niccolò Cannone vive le partite, dimostrata dalle lacrime che spesso solcano il suo viso durante l’inno Nazionale, non si può non tornare ai tempi dei derby toscani con coach Ghelardi in panchina: “Anch’io vivevo le partite così, ero molto emotivo e spero di averglielo trasmesso perché è una cosa bella, fa trasparire tutto l’amore che abbiamo per il rugby”. E a proposito di emozione, ancora oggi quando gioca la Nazionale “Il Ciafo” prova delle sensazioni molto particolari: “Prima delle partite ci sentiamo sempre, e non è una cosa scontata perché giustamente potrebbe sentirsi disturbato, e invece mi ringrazia sempre e io gli faccio sempre un ‘in bocca al lupo’ prima di giocare. Ciò dimostra ancora una volta la sua umiltà e la sua riconoscenza verso gli altri. Credo sia arrivato così in alto anche per il suo carattere” ha concluso Ghelardi.
dalla base | 24/01/2025
FIR rinnova l’accordo con Gilbert
Partnership rinnovata per tutte le squadre e campionati FIR. Una collaborazione che dura da più di 10 anni. East Sussex, Inghilterra, Ottobre 2024 – Gilbert ha annunciato il rinnovo della collaborazione con la Federazione Italiana Rugby, in qualità di fornitore ufficiale di palloni per ogni livello di gioco. Il rinnovo consolida la posizione di Gilbert come marchio numero 1 di palloni in Italia e nel panorama del rugby mondiale. Secondo quanto stabilito nel nuovo accordo, Gilbert continuerà a fornire i suoi palloni, noti a livello globale per le loro eccellenti prestazioni, alla Federazione Italiana Rugby ed ai campionati nazionali, e continuerà a proporre i propri innovativi e brevettati articoli agli atleti e tifosi italiani in tutto il mondo. Fondata nel 1823, Gilbert ha festeggiato il suo primo bicentenario nell’anno appena trascorso. La sua storia si fonde con quella del rugby: infatti fu William Gilbert a fornire i primi palloni alla Rugby School quando William Webb Ellis prese la palla in mano ed iniziò a correre. Tutt’oggi, il pallone da gara Gilbert iNNOVO è la prima scelta delle grandi nazionali ed è stato il pallone ufficiale della Coppa del Mondo per otto edizioni consecutive. Il Direttore Commerciale della Federazione Italiana Rugby, Carlo Checchinato, ha dichiarato: “Il rapporto con Gilbert costituisce una delle partnership più durature della nostra Federazione, e siamo entusiasti di poter continuare a mettere a disposizione delle nostre Nazionali e del movimento lo strumento maggiormente caratterizzante del nostro Gioco garantendo standard qualitativi di livello assoluto in tutte le categorie, dal minirugby all’attività internazionale”. Il CEO di Gilbert Rugby, Richard Gray, ha aggiunto: "Siamo davvero lieti di continuare la nostra partnership con la Federazione Italiana Rugby. Come sosteniamo ed investiamo nel rugby in tutto il mondo siamo lieti di poter contribuire alla crescita del rugby in Italia. Questo grazie al successo ed alla continuità della collaborazione con la FIR. Durante la prossima stagione proporremo una gamma di palloni FIR innovativa e totalmente inedita". "Siamo molto lieti di annunciare la continuazione della nostra lunga collaborazione con la Federazione Italiana Rugby", ha dichiarato Francesco Pellizzari, Direttore di Gilbert Italia. "Questo accordo è la testimonianza del nostro impegno e della nostra passione per il rugby italiano. Siamo orgogliosi che una federazione così prestigiosa abbia scelto di continuare a collaborare con noi". I palloni ufficiali Gilbert FIR sono disponibili online su gilbertrugby.com e nei principali negozi di articoli sportivi. Informazioni su Gilbert Gilbert Rugby è un marchio leggendario con 200 anni di esperienza nella realizzazione di palloni da rugby di elevatissima qualità. Dai suoi lontani inizi negli anni ’20 dell’800, Gilbert Rugby è diventato il pallone ufficiale delle più importanti competizioni mondiali di rugby. Conosciuta per l’innovazione, l’affidabilità e la qualità, Gilbert Rugby è simbolo di eccellenza nel mondo della palla ovale. Dal 1995 in poi è il pallone ufficiale di ogni Coppa del Mondo ed il fornitore ufficiale delle più importanti competizioni mondiali come Guinness Six Nations, HSBC World Rugby Sevens Series, European Professional Club Rugby. Oltre ai palloni, Gilbert produce e distribuisce con successo calzature, abbigliamento ed accessori per il rugby.
News | 05/12/2024
On-line la versione revisionata del Comunicato Federale n.1 2024/25
La Federazione Italiana Rugby ha pubblicato il Comunicato Federale n.1 2024/25, consultabile QUI, revisionato in data 26.11.2024, successivamente alle determinazioni assunte dal Consiglio Federale nella riunione del 16 novembre scorso a Genova.
FIR Informa | 28/11/2024
Sergio Parisse – da 8 a ∞
Sergio Parisse nella Hall of Fame, la sala della fama, la casa della gloria. E’ il primo italiano ad avere accesso alla confraternita che comprende eroi e centauri, profeti e bucanieri. Sergio è come un vestito tagliato da un bravo sarto, uscito da Savile Row si diceva una volta pensando a quella stradina londinese meta dei vecchi gentlemen: più va avanti il tempo, meglio lo si indossa. E lui lo ha sempre indossato con disinvoltura, onestà, trasparenza, rigore, calore, passione nel ruolo che gli è spettato, capitano coraggioso e responsabile che ha sempre preferito non nascondere le difficoltà dietro cortine di parole vuote, che non ha saputo mimetizzare le rare gioie – e per questo, violente, quasi telluriche – che sono piovute addosso a lui a quelli che gli sono stati attorno. I suoi uomini. Per anni Parisse è stato giudicato un buon talento e, dialetticamente, uno non sensazionale. Dipende dal fatto che sul palcoscenico è arrivato molto giovane, un ragazzo o poco più: a Canberra, nel 2003, aveva vent’anni e si era fatto tagliare i capelli con strane volute che potevano ricordare l’arte aborigena. Un bel giovane che, non avesse avuto un incontro fatale con il rugby, avrebbe avuto una carriera assicurata nel cinema: gladiatore, eroe mitologico. Il ruolo di Ercole (impegnato in innumerevoli fatiche) ha finito per interpretarlo sul campo, a Treviso, a Parigi a Tolone e 142 volte con l’azzurro addosso, unendo forza a sagacia a numeri di alta scuola che uno può non aspettarsi da chi fa parte di quella spina dorsale che è la terza linea. Sergio riciclava la palla come sapeva fare Sonny Bill Williams, sapeva usare le mani come una ricamatrice, inventava discese sull’ala, improvvisava un fulmineo passaggio dietro la schiena (la Parissina) come certi australiani bizzarri e balzani, conosceva persino l’arte del drop, il gesto più calligrafico consentito dal gioco e concesso un paio di volte anche in azzurro: una volta gli è andata bene, una male, contro la Francia. Parigi val bene un drop se può essere decisivo, disegnare una svolta. Bello e buono, dicevano i greci di fronte a chi avesse raggiunto l’equilibrio delle doti morali. Ma spesso questo vasto repertorio ha finito per attirargli contro gli strali di una critica superficiale, non lontana dal confine dell’ingratitudine: “Ma cosa crede di fare? ma chi crede di essere?”. Non è mai stato il tipo del San Sebastiano e così non ha mai dato molto peso alle frecce che gli venivano scagliate contro. Primo, perché conosce il suo valore e sa che i lunghi anni francesi sono diventati un corso di perfezionamento che lo hanno portato alla laurea, al master, alla libera docenza, e che lo hanno messo a nudo, e non solo per i calendari dello Stade Francais che facevano rumore. Mario Del Monaco, uno che di acuti se ne intendeva, un giorno disse: “Quando uno arriva troppo in alto, può cominciare ad essere antipatico”. Lui no. In questi di anni di pellegrinaggi, di facili esaltazioni, di delusioni profonde, di sprofondi, di difficili risalite, non tutti hanno colto che Parisse continuava a progredire, a guadagnare posizioni impensabili. Qualche anno fa, alla vigilia di un 6 Nazioni, gli esperti del Guardian hanno votato i venti più grandi giocatori nella storia del Torneo. Sergio è finito quarto, dietro Brian O’Driscoll, Martin Johnson e Paul O’Connell, davanti a Jonny Wilkinson, agli altri inglesi del 2003, ai migliori gallesi, francesi e scozzesi espressi dal nuovo formato del Championship. La collocazione aprì un dibattito: esiste una nazionale del globo che potrebbe fare a meno di lui? Risposta: nessuna. Qualche problemino con gli All Blacks, ma risolvibile. Si è sempre detto che una delle doti di un capitano sia anche la capacità oratoria. Martin Johnson non era un condottiero che ogni volta inventava un discorso buono per il giorno dei santi Crispino e Crispiano e si limitava a un eloquente “diamogli sotto”. Quando concedeva la sua presenza meno di 24 ore prima del calcio d’inizio, Sergio non dispiegava teli mimetici su quanto avrebbe detto– a una squadra che sapeva di dover sempre affrontare flutti più o meno irati, mai navigazioni su mari calmi. Lui sapeva tenere saldo il timone e all’occorrenza, manovrare le vele. Benvenuto tra gli eletti.
News | 20/11/2024
Remo Zanatta, il ‘Grande Vecchio’
Domenica, al Ferraris, un invitato molto speciale che viene da vicino (via Montenero è a 6’ a piedi dallo stadio) e da un tempo molto lontano: Remo Zanatta, 93 anni, il più anziano internazionale in vita, due volte azzurro nel ’54 nel breve volgere di pochi giorni, al fianco di Paolo Rosi, trevigiano, genovese da quasi ottant’anni quando la famiglia, originaria di Preganziol, seguì una lunga onda migratoria alla fine della seconda guerra mondiale. La scelta non cadde sull’Australia o sull’America, ma su Genova.Andrea Duodo, neopresidente della Fir, consegnerà a Zanatta il cap – un berretto azzurro con una nappina dorata e il numero 141 - che Remo, che non era stato rintracciato, non aveva avuto nel 2013 nella cerimonia che a Roma aveva riunito generazioni di giocatori.L’età è molto tarda, la sua capacità di attenzione ancora viva. Dentro, un mare di ricordi. Il trasferimento a Genova, la scuola interrotta alla seconda media, il lavoro inseguito per dare una mano in casa sino all’arruolamento in Marina. Remo finisce sul dragamine Fiordaliso e quando viene trasferito a terra, all’Autocentro di Roma, incrocia la sua strada con quella del rugby. Gioca, da centro, con la Roma e al termine del servizio militare torna a casa e va al Cus Genova, in quelle stagioni in serie B.La primavera del 1954 è il suo momento più alto. Gioca nella seconda serie ma viene selezionato in Nazionale (primo trevigiano) per il doppio impegno contro la Spagna e la Francia. Il 19 aprile, a Napoli, stadio del Vomero, Paolo Rosi indossa la maglia n. 14, Zanatta la n. 12. In terza linea, Sergio Lanfranchi, uno degli “italien” che in Francia, a Grenoble, si sono fatti stimare. Finisce 16-6 e il via alle segnature è di chi diventerà la “voce” del rugby, dell’atletica e del pugilato.Appena cinque giorni dopo, all’Olimpico di Roma, l’Italia affronta nella finale di Coppa Fira la Francia che nel 5 Nazioni ha ceduto soltanto al Galles, finendo appaiata in classifica ai gallesi e all’Inghilterra. E’ una Francia leggendaria, la squadra dei fratelli Prat, di Boniface, di Albaladejo. Quel 12-39, ultima partita di Rosi, segna la fine della breve stagione felice di Remo Zanatta, che domenica, 70 anni dopo, tornerà in scena.
News | 17/11/2024

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