“È stata una partita emozionante. Era il nostro esordio al Mondiale, un Mondiale in cui abbiamo fatto molto bene. Eravamo un gruppo speciale”
– Giada Franco (Azzurra numero 187, 33 caps)
“Non ci rendevamo nemmeno bene conto di quanto significasse quella partita. Eravamo spensierate e piene di tutta la fatica che avevamo fatto per arrivarci. È stata dura nel senso anche di rude, ma quella vittoria ci ha aperto un gran portone verso un traguardo mai raggiunto. È stata una di quelle partite in cui le cose funzionano collettivamente”
– Sofia Stefan (Azzurra numero 150, 108 caps)
“Fu una partita fisica come ogni volta contro di loro, ma eravamo tutte determinate a portarci a casa il risultato. Sentivamo che grazie a questo saremmo riuscite a passare il turno. Fummo dall’inizio alla fine consapevoli di noi stesse, del nostro gioco e della fame che avevamo, sia come collettivo, sia singolarmente come atlete”
– Sara Barattin (Azzurra numero 113, 116 caps)
“Fu irripetibile. Sfruttammo al meglio l’occasione che ci si era parata davanti. Fu la classica partita che se la rigiochi dieci volte non riesci mai a ripeterla in quel modo. Fu tutto perfetto: ogni cosa girò nel modo giusto”
– Elisa Giordano (Azzurra numero 159, 84 caps)
Ci sono momenti che definiscono un’era. Momenti che, in ogni sport, in ogni disciplina, contribuiscono a portare a compimento il percorso di una squadra, di un atleta, di un allenatore, di un intero movimento o, addirittura, di un periodo storico. Così è stata Italia v Germania 4-3 dei mondiali di calcio 1970, così è stata la finale dei 100 metri maschili ai Giochi Olimpici di Tokyo, così è stato, e continua a essere, l’intero ciclo di Julio Velasco con le Nazionali italiane di pallavolo.
In questo quadro, Italia v Stati Uniti, Rugby World Cup 2021, ha posto le basi per un traguardo che mai una Nazionale italiana di rugby aveva raggiunto: quello di un quarto di finale in una Coppa del Mondo.
Fu una partita importante, lo ricordano le atlete che scesero in campo. Lo sa bene Elisa Giordano, che in quella partita fu Capitana per la prima volta nella sua carriera; lo sa bene Giada Franco, che fu nominata Player of the Match, lo sa bene Sofia Stefan, che giocò titolare con la maglia numero 9 e lo sa altrettanto bene Sara Barattin, che a Stefan subentrò e che – racconta – per dare un freno alla fame sportiva tipica delle leggende, dopo aver giocato solo qualche minuto nel finale, al ritorno in hotel indossò un paio di sneakers e andrò a correre.
Lo sa bene anche Melissa Bettoni, che nel frattempo ha lasciato il rugby giocato, che ora è la mamma di una bambina e di un bambino, e che si è stabilita nella città dove ha militato per tanto tempo: Rennes, dove ora gestisce un ristorante.
Sembra un’altra epoca rispetto a quando scese in campo in un Mondiale che portava nella denominazione l’anno 2021, ma che fu posticipato al 2022 a causa della pandemia: eppure, l’ormai ex tallonatrice ha ancora viva la memoria della sfida alle Eagles, che in quel momento erano quinte nel ranking mondiale, e dei giorni di preparazione.
“Contro gli Stati Uniti – racconta – non avevamo giocato molte volte: avevamo disputato soltanto un paio partite. Sapevamo di affrontare una squadra molto forte sul piano fisico, una Nazionale in fase di crescita. Anche noi, però, arrivavamo preparate, al termine di una preparazione estiva molto intensa. Eravamo pronte sia fisicamente, sia mentalmente e avevamo una grande motivazione: volevamo scendere in campo per dimostrare il nostro valore e cercare di portare a casa un risultato importante. Quello che ricordo con maggiore piacere è la determinazione con cui siamo scese in campo, con la volontà di giocarci fino in fondo le nostre possibilità. Siamo andate a riposo sotto di poco nel risultato, poi nel secondo tempo siamo riuscite a portarci avanti fino alla meta di Maria Magatti. Quella segnatura fu quasi un momento magico, come una coreografia riuscita alla perfezione: dalla touche, eseguita nel modo giusto, fino alla conclusione dell’azione. Quella meta ha rappresentato una sorta di liberazione, anche perché ci ha permesso di concretizzare il lavoro fatto e, soprattutto, di portare a casa una vittoria che si è rivelata importantissima ai fini del passaggio del turno”.
Eppure, la partita non si era messa bene per le Azzurre, che persero dopo pochissimi minuti Ilaria Arrighetti, a causa di un grave infortunio al ginocchio che la tenne fuori dal giro della Nazionale per un anno e mezzo, fino al rientro nella prima storica vittoria di Dublino con l’Irlanda nel Sei Nazioni Femminile 2024.
Bettoni, che di Arrighetti è ancora oggi concittadina in Bretagna e che ha con lei un rapporto di amicizia di lungo corso, ricorda molto bene il momento in cui il dramma sportivo di un’atleta arrivata fino in Nuova Zelanda che è costretta a dire addio al sogno iridato dopo pochissimi minuti prese forma: “Fu una partita molto significativa anche dal punto di vista mentale. Io ho un rapporto particolarmente stretto con Ilaria, quindi il suo grave infortunio, arrivato praticamente all’inizio della partita, mi colpì molto. Anche io, inoltre, avevo preso una brutta botta allo sterno che mi provocava parecchio dolore. Fu quindi una gara di sofferenza, ma riuscimmo a mantenere lucidità e sangue freddo”.
Cosa ha fatto scattare però la molla nella mente delle Azzurre dell’allora CT Andrea Di Giandomenico, all’ultima competizione ufficiale alla guida della Nazionale Femminile dopo ben tredici anni che hanno segnato la storia del movimento e in cui ha dato un’identità precisa, togliendosi soddisfazioni importanti come il secondo posto nel Sei Nazioni 2019?
“Credo che a fare la differenza sia stata soprattutto la consapevolezza delle nostre capacità – spiega Bettoni-. Eravamo una squadra che conosceva il proprio livello e che sapeva quale intensità e quale qualità di gioco avrebbe dovuto esprimere. Questa consapevolezza, sia sul piano tecnico, sia su quello mentale, ci ha permesso di affrontare e superare le difficoltà che si sono presentate durante la partita. Sapevamo che il girone sarebbe stato particolarmente impegnativo. Avevamo già affrontato il Canada in preparazione e quindi conoscevamo bene la difficoltà di quella sfida. Gli Stati Uniti rappresentavano invece un’incognita maggiore, anche se eravamo consapevoli della loro forza fisica e del fatto che avrebbero potuto metterci in difficoltà sotto questo aspetto. Il Giappone, poi, è una squadra in continua evoluzione e che, per caratteristiche, non si può mai sottovalutare”.
“Quel Mondiale lo aspettavamo da tantissimo tempo”, prosegue.
“Arrivarci è stato particolarmente difficile anche per tutto il contesto legato alla pandemia. Ci vedevamo poco, avevamo pochi raduni e anche il percorso di qualificazione si sviluppò in una situazione del tutto particolare. Dover aspettare un anno in più fu frustrante. Per un’atleta, quattro anni sono già un periodo molto lungo; arrivare a cinque anni di attesa rende ancora più grande il desiderio di vivere finalmente quell’esperienza. Viaggiare verso la Nuova Zelanda e disputare una Coppa del Mondo in quel Paese rappresentava un sogno, come potrebbe esserlo per chiunque pratichi questo sport. Prima delle partite c’erano cerimonie e danze Maori e si respirava un’atmosfera quasi surreale. Anche se, a causa delle restrizioni, non c’era il pubblico che normalmente ci si aspetterebbe da un evento di quel livello, sapevamo di essere seguite anche a distanza. Le nostre famiglie si svegliavano nel cuore della notte per guardare le partite e sentivamo comunque fortissimo il loro sostegno. In Nuova Zelanda si respira rugby in ogni momento. Anche quando uscivamo per strada, il rugby era sempre al centro delle conversazioni. Per questo, pur trovandoci dall’altra parte del mondo, avevamo quasi la sensazione di essere a casa. È stata un’esperienza unica e, probabilmente, irripetibile”.
Melissa Bettoni, che nel post carriera ha anche vestito i panni di allenatrice delle Avanti delle Nazionali U18 e U20 Femminile, vede oggi diverse atlete passate sotto la sua lente che si distinguono con la maglia della Maggiore, o che si stanno avvicinando a grandi passi verso il traguardo dell’esordio.
“Vedere oggi in Nazionale Maggiore ragazze che ho allenato quando erano ancora in U18 o U20 è sicuramente una grande soddisfazione. Alcune le ho conosciute quando erano ancora molto giovani, ma avevano già mostrato un margine di crescita enorme e qualità tecniche davvero importanti, accompagnate da ottime caratteristiche fisiche. Credo che il fatto che oggi ci siano così tante giovani e tanti nuovi innesti rappresenti una vera boccata d’ossigeno anche per le giocatrici più esperte. Quando giocavamo noi, probabilmente, il ricambio generazionale era meno evidente e quindi si percepiva meno questa dinamica. Oggi, invece, c’è maggiore competizione interna, ci sono nuovi stimoli e il gruppo può beneficiare dell’energia portata dalle ragazze che arrivano. Credo che la presenza di giovani e giocatrici più esperte all’interno dello stesso gruppo sia una cosa estremamente positiva. È un segnale di crescita del movimento e, allo stesso tempo, una garanzia per il futuro della Nazionale”.
Infine, l’ex numero 2 Azzurra vuole lasciare un messaggio diretto soprattutto alle giovani Azzurre che voleranno negli Stati Uniti per la doppia sfida di Mansfield (kickoff alla mezzanotte italiana tra il 17 e il 18 ottobre, diretta su Sky Sport) e Nashville (kickoff alle 22.15 italiane del 24 ottobre, diretta su Sky Sport).
“Alle ragazze che oggi si preparano ad affrontare due partite di questo livello direi innanzitutto di viverle con serenità, considerandole come una straordinaria esperienza di crescita. Credo che questo nuovo format rappresenti una grande opportunità soprattutto per le giovani, perché permette loro di mettersi alla prova senza dover necessariamente affrontare una pressione eccessiva. Quando giocavo io c’erano sostanzialmente il Sei Nazioni e la Coppa del Mondo, e forse la percezione della pressione era diversa. Si avevano meno occasioni per mettersi alla prova e, di conseguenza, poteva esserci una maggiore paura di sbagliare. Oggi, invece, lo scenario attuale offre la possibilità di giocare, sperimentare e misurarsi con il livello internazionale con maggiore continuità. È un’opportunità importante per testare le proprie capacità e acquisire esperienza. Per questo direi alle ragazze di scendere in campo liberamente, con la voglia di giocare e senza sentirsi schiacciate dalla pressione. Vedere atlete così giovani e talentuose crescere, inserirsi nel gruppo e riuscire a ritagliarsi uno spazio in Nazionale Maggiore mi rende particolarmente orgogliosa. Significa che il movimento italiano sta crescendo e che ci sono sempre più ragazze con le qualità necessarie per arrivare a questo livello”.

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