Categoria: dalla base
Commissione Sud: il Rugby Afragola ha nuovamente una casa
La Commissione Sud della Federazione Italiana Rugby, presieduta dal Consigliere Federale Gabriele Gargano, ha accolto con soddisfazione la notizia dell’assegnazione temporanea al Rugby Afragola del campo da rugby del complesso sportivo “Luigi Moccia”, nella Città Metropolitana Napoli. I lavori, iniziati alla vigilia delle Universiadi 2019, si sono conclusi nei mesi scorsi grazie agli interventi ed all’impegno concreto dell'amministrazione guidata dal Sindaco di Afragola Antonio Pannone. L’assegnazione alla società presieduta da Giuliano Vicale consentirà al Club della provincia partenopea di tornare a poter contare stabilmente su un impianto, consolidando e sviluppando la partecipazione al Gioco di Rugby sul territorio. L’accordo per l’assegnazione temporanea della struttura al Rugby Afragola è stato formalizzato lunedì 24 marzo negli uffici di Via Leutrek, alla presenza del primo cittadino, del presidente del sodalizio sportivo, dell’assessore ai Lavori Pubblici e alle Politiche per lo Sport, Antonio Giacco, e del responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale, Nunzio Boccia. "È un segnale importante per il nostro movimento – ha commentato il consigliere federale Gabriele Gargano – il Rugby Afragola ha sempre rappresentato un punto di riferimento per la città e poter nuovamente disporre di un campo significa rilanciare l’attività sportiva, soprattutto per i bambini. Non posso che esprimere la mia gratitudine al sindaco Pannone e alla sua giunta per il lavoro svolto. In qualità di Presidente della Commissione Sud mi sono fatto parte attiva per raggiungere questo risultato e sono contento di questo primo concreto risultato per il territorio raggiunto in pochi mesi, grazie all'impegno delle Istituzioni e alle buone relazioni che stiamo costruendo". "Siamo felici di aver raggiunto questo importante traguardo, che ci consente finalmente di avere uno spazio adeguato per riprendere le nostre molteplici attività – ha dichiarato il Presidente Vicale – siamo consapevoli che questo sia solo il primo, ma fondamentale, passo per riportare tanti ragazzi e ragazze a praticare il rugby ad Afragola. Ringrazio gli amministratori comunali per aver accolto le nostre istanze".
dalla base | 25/03/2025
Diabete di tipo 1 e rugby: l’esempio di Mattia
Dare la possibilità ai compagni di sostenerlo nel momento del bisogno.E’ quanto fatto da Mattia Napolitano, giovane rugbista che da quest’anno gioca nell’Under 14 del Cernusco Rugby e che fino all’anno scorso giocava nell’Under 12 del Fennec Fox Rugby di Gessate.Mattia ha il diabete di tipo 1, una patologia cronica che accompagna chi ne soffre per tutta la vita.Con il diabete di tipo 1 purtroppo non si scherza e bisogna saper riconoscere i segnali che la malattia presenta per evitare conseguenze che, in alcuni casi, possono essere tragiche.Per questo Mattia ha voluto incontrare i propri compagni di squadra e i loro genitori per raccontare il diabete di tipo 1 e metterli nelle condizioni di poterlo aiutare nel momento in cui dovesse trovarsi in difficoltà.Ha preparato un power point molto semplice, ma estremamente efficace, e insieme ai propri genitori Stefano Napolitano e Monica Perrello ha radunato la squadra in club house e spiegato nel dettaglio cosa fare nel caso di necessità.Ha parlato sempre lui e la platea è stata ad ascoltare con attenzione. Il diabete di tipo 1 è una patologia che si presenta spesso in età infantile, è caratterizzatadalla presenza di elevati valori di glucosio nel sangue chiamata iperglicemia. Questo avviene perché i propri anticorpi riconoscono come agenti estranei le cellule beta del pancreas che producono insulina.L’insulina ha il compito di abbassare la glicemia nel sangue e la sua quantità si riduce fino ad azzerarsi: così esordisce il diabete.La terapia consiste nella misurazione e la somministrazione continua di insulina tramite iniezioni o macchinetta di infusione chiamata Micro infusore.Per chi è affetto da diabete giovanile, lo sport costituisce uno strumento terapeutico che regola la glicemia e il metabolismo, migliora il benessere psicologico e aumenta la fiducia e il senso di controllo sulla malattia. Certo richiede adattamenti nella terapia e nella dieta, ma questo stimola nel bambino diabetico l'autogestione della glicemia e la collaborazione con il medico e gli educatori.Mattia con il suo gesto ha rafforzato il senso di squadra e integrazione, trasformando una sfida personale in una opportunità di crescita collettiva.Per Questo Mattia ha vinto una delle due borse di studio del concorso nazionale “In campo con Fede”, in memoria di Federico Doga, associazione che ha come obiettivo sensibilizzare i giovani sui valori di altruismo e condivisione.
dalla base | 20/03/2025
Linee di Meta: Francesca e Pierluigi Sgorbini
Pesaro, Bologna, Colorno e Clermont: sono le quattro tappe del viaggio di Francesca Sgorbini, partita dalla “spiaggia dei rugbisti” di Fano, attratta da dei bambini che giocavano con una palla ovale, e arrivata fino alla Nazionale Italiana e a conquistare un campionato italiano e uno francese. Alle Formiche Rugby Pesaro, dove tutto è cominciato, Sgorbini ha continuato ad allenarsi anche durante un primo periodo di stop forzato, e anche durante la stagione al Rugby Bologna - una delle più belle e impegnative della sua carriera, anche a causa della distanza – completava gli allenamenti nella sua città Natale. Poi è arrivato Colorno, la squadra del grande salto, dello scudetto e di un’ambiente che l’ha formata ad alti livelli, fino al trasferimento al Romagnat di Clermont dove ha vinto anche il campionato francese. Un viaggio lunghissimo, impegnativo, che però Francesca ha vissuto con il supporto di una bellissima famiglia alle spalle, una famiglia che in questo caso è stata davvero il 16esimo uomo in campo. Gli inizi: la spiaggia, il volley e le Formiche Pesaro Francesca Sgorbini ha scoperto il rugby per caso, a 6 anni, in vacanza a Fano: “Andavamo al mare lì, vicino alla cosiddetta ‘spiaggia dei rugbisti’, dove vedevo sempre dei bambini giocare a rugby. Ho cominciato a giocare con loro, mi sono appassionata e alla fine dell’estate ho chiesto ai miei genitori di poter iniziare. All’inizio i miei genitori, soprattutto mia madre, erano un po’ titubanti, però io ero convinta. Faccio il primo allenamento con le Formiche Rugby Pesaro sotto il diluvio, nel fango, e quando finisco mamma mi chiede ‘non ti è piaciuto, vero?’. E invece rispondo che è la cosa più bella del mondo”. “Da lì non ha più smesso, anche se contemporaneamente continuava a giocare a pallavolo” racconta papà Pier Luigi: “Poi a 12 anni, quando non ci sono più le squadre miste, ha dovuto smettere per un periodo perché a Pesaro non c’era la squadra femminile. Nonostante questo ha comunque continuato ad allenarsi con i ragazzi, pur senza poter giocare, mentre scendeva in campo nel volley. A un certo punto, però, ha fatto una scelta chiara: mi disse ‘babbo, voglio giocare a rugby’, e a quel punto ho cominciato a cercare in giro quali squadre potessero avere un’under 16 femminile, e siamo andati a Bologna, dove ci ha accolti il responsabile del settore giovanile Lucio Bini, una grande persona. Ricordo il primo viaggio, 150 km di macchina con una coda infinita, ma ne è valsa la pena. A Bologna abbiamo trovato una squadra meravigliosa dove abbiamo davvero respirato l’essenza del rugby giocato, del divertimento e della famiglia. Proprio per questo ci tengo a ricordare l’allenatore di quella squadra, Marco Minardi, che è scomparso troppo presto in un incidente stradale. Una persona stupenda”. Bologna e Colorno: le gioie, le difficoltà e il sogno che si avvera Non è stato un anno facile, considerando la distanza da Pesaro, ma Francesca Sgorbini voleva giocare a rugby a tutti i costi e ci è riuscita. Racconta papà Pier: “La mattina andava a scuola, poi la accompagnavamo in stazione, si allenava e la riaccompagnavano alla stazione per tornare a casa, arrivava alle 11 di sera. Faceva un allenamento a settimana lì oltre alle partite, e per il resto della settimana si allenava con i ragazzi del Rugby Pesaro, che quindi ha avuto un ruolo importantissimo anche in questo periodo particolare”. In quel periodo il sostegno della famiglia è stato fondamentale, come sempre nel corso della carriera di Francesca, che racconta: “Quando si è giovani il supporto dei genitori è fondamentale, quando a 12 anni sono stata costretta a smettere per un periodo ho vissuto una fase complicata, anche perché era da poco scomparsa mia nonna, e avere una famiglia così unita è stato fondamentale. Quando ho sentito il bisogno di dedicarmi solo al rugby sono stati importantissimi. A Bologna è stata dura perché tornavo la sera alle 11, ma mi piaceva tantissimo: quando andavo in campo riuscivo a liberarmi e ad essere felice”. A Bologna, oltre a vivere un’esperienza stupenda, Sgorbini dimostra anche di avere le carte in regola per andare avanti: “Dopo questo bellissimo anno – racconta Pier Luigi – il profilo di Francesca ha cominciato a destare interesse, e abbiamo cominciato a capire dove potesse continuare il suo percorso. In questo frangente siamo stati aiutati da due persone importanti: Ruben Reggiani, un fotografo che veniva spesso a vedere le partite, e all’attuale consigliera Erika Morri. Secondo loro Colorno poteva essere il posto giusto per proseguire, e dopo il solito viaggio della speranza in macchina (ride, ndr) abbiamo incontrato il presidente Ivano Iemmi e l’allenatore del Colorno femminile Christian Prestera, altre due persone importanti nella crescita di Francesca. Proprio coach Prestera dopo un triangolare con Villorba e Valsugana mi disse ‘Francesca può arrivare ad ottimi livelli’. A Parma è andata a vivere in collegio, dove ha continuato a studiare: anche lì non è stato tutto facile, ma è diventata subito titolare e quell’anno Colorno vinse lo scudetto”. Un altro elemento fondamentale per arrivare a Colorno, come racconta Francesca, fu Nicola Boccarossa: “Lui giocava a Colorno e veniva da Pesaro, fu lui a mettermi in contatto con la società. Poi c’è stato il solito viaggio in macchina e da lì è cominciato tutto. Era un sogno perché a 16 anni mi sono trovata a contatto tutti i giorni con ragazze che giocavano già in Nazionale, e poi stavo andando a vivere fuori di casa per giocare a rugby, per inseguire il mio sogno”. Veder andar via di casa una figlia così presto, a 16 anni, non è una cosa da poco, ma su questo aspetto Pier Luigi Sgorbini è sempre stato convinto: “Non è stato facile, sicuramente, ma in famiglia abbiamo sempre cercato di dare questo imprinting sia a Francesca sia a Luca, suo fratello. Abbiamo sempre voluto che facesse ciò che riteneva fosse meglio per lei, non abbiamo mai voluto forzarla: ovviamente siamo stati sempre presenti alle partite, anche in trasferta, facendo viaggi lunghi, ma comunque è stato giusto che facesse la sua vita e il suo percorso, senza sostituirci alle sue scelte ma seguendola e aiutandola”. Ricorda Francesca: “È stata tosta, perché comunque mi sono trovata a vivere da sola a 16 anni, soprattutto il primo anno sentivo molto la mancanza della mia famiglia. Però i miei genitori ci sono sempre stati, anche in trasferta. Ricordo una partita in veneto in cui c’era un solo spettatore: mio padre. Era venuto fin lì per me. Così come mio nonno, il padre di mio padre, veniva con lui per seguirmi. E poi ovviamente non si può prescindere dal sostegno economico che mi hanno dato per poter stare fuori, hanno creduto nel mio sogno e una delle cose più belle è proprio essere riuscita a ripagare la loro fiducia”. Verso la Francia: Romagnat Dopo lo scudetto con Colorno è arrivato l’ultimo e deciso passo avanti, quello verso la Francia. Racconta Francesca: “I miei genitori mi hanno sempre lasciato molto libera. Fino a quel momento però avevo vissuto tutto con l’incoscienza di chi è giovane. Non mi rendevo davvero conto di quello che stava succedendo: alla fine andavo a scuola e poi giocavo a rugby, quello che mi piaceva. Quando poi c’è stato il passaggio successivo, con il trasferimento al Romagnat di Clermont, credo di aver preso realmente consapevolezza di quello che stavo vivendo. Quando mio padre mi accompagnò in aeroporto ho cominciato a sentire un po’ di ansia: stavo andando in un posto completamente nuovo, senza conoscere la lingua. Non ho visto spesso mio padre piangere, ma quel giorno anche lui aveva le lacrime agli occhi, lì mi sono reso conto della portata di ciò che stavo facendo, ma anche lì lui continuava a ripetermi che sarebbe andato tutto bene, lo ha sempre fatto. Anche lì, comunque, sono sempre stati presenti: ricordo i tanti viaggi in macchina di mamma e papà per venire a vedermi e a salutarmi. Ci sono stati momenti duri per me e anche per loro, e mi riferisco agli infortuni più gravi che ho avuto, e penso sia complicato per un genitore vedere una figlia che sta male, che soffre e che è anche lontanissima da casa. Mi hanno sempre spinto a dare il massimo, ad avere coraggio e a non tirarmi mai indietro anche in questi periodi: mi sono sempre stati vicini anche da lontano, anche con dei piccoli pensieri come potevano essere un uovo di Pasqua o un regalino. Non li ringrazierò mai abbastanza”.
dalla base | 19/03/2025
Linee di meta: Nicola Bolognini, Federico Zanandrea, Emanuele Pegoraro, Guido D’Addario
“Ho fatto tutto il percorso delle giovanili nel Monti Rugby Rovigo Junior, dove ho conosciuto Emanuele Pegoraro, il mio allenatore durante gli anni dell’under 14. È stato per me importantissimo perché mi ha fatto capire il vero significato di questo sport, mi ha fatto appassionare ancora di più mettendo sempre al primo posto il divertimento dei ragazzi” – Nicola Bolognini “Ho cominciato a giocare a Villorba, ma sono arrivato presto al Benetton, già in under 6. Il mio riferimento è stato Guido D’Addario, che è stato il mio allenatore in Benetton dall’under 12 fino all’under 17. Gli devo molto” – Federico Zanandrea Nicola Bolognini e Federico Zanandrea vengono da due grandi realtà del rugby italiano: Rovigo e Benetton. E soprattutto, hanno trovato due allenatori in grado di guidarli non solo a livello tecnico, ma anche umano ed educativo, contribuendo a farli arrivare fino all’Italia under 20. Nicola Bolognini, pilone dell’Italia under 20 e del Rugby Badia, è cresciuto nel Monti Rugby Rovigo Junior e deve tanto a Emanuele Pegoraro, che ha giocato a Rovigo e poi in Serie A fino ai primi anni 2000, ha smesso presto a causa di una serie di infortuni, e poi ha iniziato subito la carriera di allenatore, prima a Badia – dove aveva fatto gli ultimi anni da giocatore – per poi tornare a Rovigo, dove allena da oltre 15 anni. “Il Monti Rugby Rovigo Junior è parte di una realtà dove si vive di rugby, basta vedere le partite della prima squadra e il calore della tifoseria. Fino all’under 14 lavoriamo principalmente con ragazzi di Rovigo o zone limitrofe, poi in under 16 e in under 18 integriamo le squadre che magari non riescono ad avere un gruppo completo. Ci troviamo quindi ad avere un gruppo anche di 60 giocatori con i quali si può fare anche una doppia squadra, cerchiamo di essere il fulcro del movimento della zona, come Treviso, Padova, Verona”. “Ho allenato Nicola in under 14, dove si fa il passaggio al gioco ‘reale’, molto vicino a quello seniores” racconta Pegoraro: “A pelle ho avuto l’impressione di avere davanti un ragazzo volenteroso, costante, ma soprattutto molto intelligente: capiva tutto subito, si adattava velocemente alle situazioni. E poi non mancava mai a un allenamento, doveva essere proprio malato non per venire. Il suo comportamento era un esempio e uno stimolo anche per gli altri ragazzi. Era bravo anche a scuola, faceva il liceo scientifico a Rovigo e ha sempre avuto buoni voti. Era sempre allegro e felice, portava tanta positività in campo, poi quando era il momento di lavorare seriamente invece era il primo a dare il 100% portandosi dietro anche gli altri. Ho allenato anche suo fratello minore, che aveva lo stesso atteggiamento, e questo fa capire anche l’importanza di avere una famiglia come la loro, in grado di dare un’impostazione e un’educazione giusta”. La presenza di giocatori che fin da subito danno l’impressione di avere un rugby nel DNA rende ancora più importante il ruolo dell’allenatore, che deve inserire comunque questi ragazzi in un contesto di squadra affinché migliorino ancora e migliorino contemporaneamente anche gli altri: “In under 14 si vede tanto la differenza fisica, quindi si può anche impostare il gioco dando la palla al ragazzo più grosso, ma non servirebbe a crescere. Personalmente e anche a livello di club, a Rovigo abbiamo sempre cercato di inserire questi giocatori in un contesto che valorizzi tutti: i più bravi devono dare l’esempio e devono contribuire anche a far crescere tutti gli altri, anche se magari il risultato immediato non arriva. La crescita è più importante del risultato della singola partita. Faccio un esempio: se a inizio stagione ho 20 ragazzi il mio obiettivo deve essere quello di averne 25 l’anno successivo, non 15 perché alcuni si perdono per strada. Poi magari non tutti diventano dei campioni come Nicola o come Mirko Belloni, che ho allenato sempre in under 14 e che adesso viene invitato ai raduni da Gonzalo Quesada, ma la cosa importante è dare a tutti gli strumenti per crescere non solo nel rugby ma nella vita”. Per Federico Zanandrea, centro del Mogliano e dell’Italia under 20, il principale riferimento è stato Guido D’Addario, ex giocatore, adesso allenatore e fino all’anno scorso anche responsabile del settore giovanile del Benetton: “Col rugby è stato amore a prima vista. Mia mamma mi portò a una partita di mio fratello quando avevo 6 anni, il giorno dopo ho iniziato a giocare anch’io. Ho fatto tutto il minirugby a Mogliano, poi sono passato in Benetton fino alla Serie A, poi ho smesso a causa di un infortunio e sono rimasto nel mondo del rugby come allenatore. Ho iniziato con il minirugby ed è stato come innamorarsi di nuovo di uno sport che già amavo. Lavorare con i bambini è bellissimo. In questo periodo ho conosciuto ragazzi come Federico Zanandrea, Piero Gritti e Giulio Sari” racconta D’Addario: “A Treviso le giovanili sono importantissime. Abbiamo la doppia squadra in tutte le categorie, a volte nei più piccoli anche di più. Inoltre a inizio stagione facciamo una settimana gratuita di stage che serve sia a far ricominciare i nostri tesserati sia a far avvicinare bambini e bambine nuovi: arrivano in tantissimi ed è compito nostro provare a conquistarli”. “Federico aveva questa capacità di essere tranquillissimo nei momenti di svago e iper-concentrato e competitivo durante gli allenamenti e le partite. Era così in under 10 ed è così ancora oggi. Aveva già le caratteristiche che lo hanno portato fino all’Italia under 20: era molto forte nell’uno contro uno, sul quale comunque ha fatto un grande lavoro per migliorarsi sempre di più. Chiaramente quando hai dei ragazzi così forti devi insegnare loro anche ad inserirsi in un contesto di gruppo. La sua bravura nell’uno contro uno e la sua capacità di risolvere le cose da solo all’inizio gli ha reso più difficile gestire le superiorità e giocare con i compagni, ma ha fatto un grande lavoro di apprendimento. E in questo secondo me il ruolo dell’allenatore è importantissimo: è vero che l’obiettivo è segnare la meta e quindi se la segna da solo il ragazzo pensa che vada bene lo stesso, ma è importante fargli capire che quando si cresce e le fisicità si livellano se non si impara a leggere le situazioni diventa tutto più difficile. Per fare un esempio, a livello di Mondiale o Sei Nazioni under 20 il due contro uno non lo risolvi sempre battendo il tuo avversario, devi giocare col compagno, e Federico ha fatto un grande lavoro su questo”. D’Addario, che fino all’anno scorso è stato anche responsabile di tutto il settore giovanile, ha poi raccontato come il Benetton unisce la parte di crescita tecnica a quella educativa e umana: “Nel minirugby più che di allenatori si parla di educatori. È giusto insegnare fin da subito l’importanza del lavoro, ma la cosa più importante è che si divertano e crescano in un ambiente sano. A Treviso abbiamo tanti numeri e questo aumenta anche la competizione all’interno dei gruppi, e il nostro obiettivo deve essere fare in modo che tutti i ragazzi possano rimanere nell’ambito del rugby, come giocatori ma anche come allenatori o arbitri, ad esempio. A tutti i ragazzi, compreso Federico, ho fatto fare il corso da arbitri e quello da allenatore: c’è chi chiaramente prova a fare tutto il percorso da giocatore per arrivare all’alto livello, ma anche chi può costruirsi una strada alternativa. Molti ragazzi usciti dalle giovanili del Benetton allenano, alcuni arbitrano, e questa per noi è la vera vittoria: tenerli il più possibile legati al mondo del rugby e al nostro movimento”.
dalla base | 11/03/2025
Linee di meta: Michele Lamaro e Marco Sepe
“Difficile identificare, tra i tanti, un momento in particolare che mi lega a Marco Sepe, una delle persone più importanti nella mia crescita rugbistica e mio allenatore nelle giovanili del Primavera Rugby. Ricordo quando feci un intervento in ruck e lui disse a mia nonna “Vede, Michele non ha paura”, e questa cosa le rimase talmente impressa da ripetermela sempre. In qualche modo è entrata dentro di me. E poi ricordo quanto ci spingesse ad essere felici di giocare insieme, indipendentemente dal risultato” – Michele Lamaro Una vita al Primavera, prima da giocatore e poi – dopo un infortunio – da allenatore delle giovanili. Proprio all’inizio di questa seconda vita sportiva, Marco Sepe – che adesso lavora a Londra – ha incontrato il piccolo Michele Lamaro: “Ho iniziato a giocare a rugby nel 1993 alla Primavera, facendo tutto il percorso delle giovanili fino all’under 18, quando un infortunio mi ha portato a smettere e a diventare allenatore. Ho cominciato nel 2004, e proprio nella prima squadra che ho allenato ho trovato Michele”. Proprio il Primavera Rugby, club storico nato a Roma nel 1976 proprio con l’obiettivo di occuparsi fin da subito dei più piccoli, come spiegherà poi anche Sepe, è il luogo dove l’attuale capitano della Nazionale è cresciuto per ben 8 anni. “È sempre stato un bambino vivace, vispo, sveglissimo, ricettivo” racconta Sepe: “A 6 anni praticamente era già un capitano. Ricordo uno dei primi tornei in trasferta che facemmo ai tempi: la sera vado a fare il controllo delle stanze, tutti i bambini avevano il pigiama, lui era sotto le coperte con maglietta, pantaloncini e calzettoni per il giorno dopo. Gli chiedo: ‘Non ti metti il pigiama?’. E lui mi dice: ‘No, preferisco così, domani mattina devo solo lavarmi e fare colazione e sono pronto’. Praticamente un soldato! (ride, ndr). E poi era assolutamente autonomo fin da piccolo, al massimo veniva il fratello Pietro a controllare, ma aveva una maturità impressionante”. “Un’altra cosa che mi ha sempre impressionato è la sua capacità di trovare soluzioni, di adattarsi ai problemi e di migliorarsi continuamente. Quando non gli veniva una cosa si arrabbiava, ma ascoltava i consigli degli allenatori e ci provava finché non ci riusciva. Pur essendo sempre stato molto completo da bambino non era velocissimo. Per lavorare sulla velocità facevo fare ai bambini un esercizio di propriocettività, una sorta di ‘acchiapparella’ uno contro uno scalzi, in cui ogni bambino doveva riuscire a toccare quello che aveva di fronte. Lui già a 7 anni, per sopperire alla mancanza di velocità, utilizzava dei cambi di direzione per sbilanciare l’avversario e non farsi prendere: in due anni non è mai stato preso da nessuno. Poi a 7 anni giocava già in under 9, disputammo un torneo importante e a un certo punto Michele andò via aprendo un intervallo, si trovò davanti l’ultimo avversario: fece un doppio cambio di passo, destra-sinistra e destra-sinistra due volte, il bambino si siede per terra e lui va a fare meta. L’allenatore della squadra avversaria viene da me urlando davanti a tutti: ‘Non è possibile, questo bambino è più grande, dovrebbero squalificarvi’. Io lo abbraccio e gli dico ‘Amico mio, lo sai che lui ha 7 anni? È il più piccolo di tutti’. È rimasto scioccato”. Quando ci si ritrova, soprattutto nelle categorie giovanili, con un bambino così forte, il lavoro degli allenatori e delle società diventa fondamentale per fare in modo che cresca nella maniera giusta e che allo stesso tempo anche tutti i compagni possano migliorare senza esserne oscurati. Spiega Sepe: “Sotto questo aspetto il Primavera Rugby è sempre stato l’ambiente giusto, del resto questo club era nato nel 1976 proprio per occuparsi del settore giovanile del Cus Roma, e il nome stesso – Primavera – rimanda alla formazione dei giovani. Io dico sempre che tutti partono dallo stesso punto. Poi ovviamente c’è chi ha qualcosa in più, ma la cosa importante è far percepire loro che sono ancora bambini, devono vivere l’esperienza in modo sano, che sia la gioia di una vittoria o la delusione di una sconfitta. In questo poi Michele non ha mai creato problemi, anzi, era già un capitano nel senso più positivo del termine, perché trascinava in maniera sana e positiva anche gli altri bambini, che si appoggiavano a lui. Faceva dei discorsi incredibili, in cerchio con i compagni, già a 7-8 anni, era uno spettacolo, e spingeva tutti gli altri bambini a impegnarsi di più”. “Tutto questo – prosegue Sepe – rappresenta perfettamente ciò che è lo spirito del Primavera, che ha sempre dato una grandissima attenzione ai ragazzi e ai bambini. Noi abbiamo sempre lavorato cercando di sviluppare l’aspetto umano allo stesso modo di quello sportivo. La Primavera magari ha vinto pochi trofei, ma è sempre stata una squadra in grado di far crescere i ragazzi nel modo giusto. Dalla Primavera è uscito anche Ludovico Nitoglia, e anche mio fratello Michele Sepe è partito da qui ed è arrivato a ottenere 3 caps con la Nazionale”. Infine, Sepe conclude con un aneddoto legato proprio al racconto introduttivo fatto da Lamaro: “La nonna era molto presente. Non viveva a Roma ma veniva spessissimo per veder giocare lui e il fratello Pietro. Una volta siamo andati tutti insieme a una partita dell’Italia under 18 in cui era in campo Pietro e in tribuna c’era anche Georges Coste. Fu bellissimo perché Coste parlava solo con la nonna, appassionatissima (ride, ndr). Al di là dell’aneddoto, però, è una cosa molto indicativa: Michele è cresciuto così perché ha avuto alle spalle una famiglia che gli ha fatto vivere lo sport in maniera sana, senza imposizioni o pressioni”.
dalla base | 07/03/2025
Linee di meta: Roberto Fasti, Gianmarco Pietramala, Claudio Suriano, Alejandro Rios
“Sono cresciuto nel Florentia Rugby, qui a Firenze, e nella mia crescita rugbistica Claudio Suriano è stato fondamentale. L’ho conosciuto dai tempi del minirugby e poi mi ha allenato quando sono diventato più grande, è stata una presenza costante” – Gianmarco Pietramala “Gioco a rugby da quando avevo 5 anni. Il club a cui sono più legato è quello dove ho cominciato, il Firenze Rugby 1931, dove ho conosciuto una delle persone più importanti della mia vita: Alejandro Rios. Oltre ad essere stato il mio allenatore mi ha aiutato ha superare un brutto infortunio quando ero piccolo, lo ringrazierò per sempre e lo ammiro per la persona che è” – Roberto Fasti Due uomini di rugby, ma soprattutto due educatori, sono stati i protagonisti del viaggio che ha portato Gianmarco Pietramala e Roberto Fasti a vestire la maglia dell’Italia under 20. Claudio Suriano è attualmente allenatore della squadra cadetta dell’Unione Rugby Firenze e per anni è stato tecnico delle giovanili del Florentia Rugby, club che a livello seniores e under 18 si è unito al Rugby Firenze 1931 ma che continua in proprio l’attività giovanile: “Anche se adesso viaggia su due binari, essendoci l’Unione, il Florentia nasce e lavora soprattutto nel quartiere 4 di Firenze, in periferia. E il suo obiettivo è sempre stato non solo sportivo ma umano: dare un riferimento a quella che fino a una ventina di anni fa era una periferia difficile, cercando di portare in campo dei ragazzi che altrimenti avrebbero passato delle giornate per strada. Volevamo tenere lontani ragazzi dai rischi della vita ‘di periferia’ e contemporaneamente insegnare loro uno sport bellissimo. È andata benissimo, anche perché dal quartiere 4 il bacino si è allargato e sono arrivati ragazzi anche da altre realtà più lontane come Lastra a Signa, dalla quale vengono i fratelli Cannone, Scandicci e Legnaia. Siamo riusciti sempre a mantenere alta l’attenzione sull’aspetto educativo dello sport, e contemporaneamente sono arrivati anche i primi risultati: dal Florenzia è venuto fuori anche Francesco Bini, che lo scorso anno ha giocato in under 20, oltre ai già citati fratelli Cannone”. Proprio al Florentia è cresciuto Gianmarco Pietramala, mediano di apertura ed estremo dell’Unione Rugby Firenze: “L’ho conosciuto prima ancora di allenarlo, perché frequentava dei campi estivi a 6-7 anni anche se io allenavo ai tempi l’under 16. La prima cosa che mi ha colpito di ‘Jimmy’ è che andava a letto col pallone, letteralmente: gli altri ragazzi magari a quell’età hanno i pupazzetti, gli orsacchiotti. Lui no, dormiva col pallone. Il talento naturale che ha sempre avuto veniva accompagnato da una passione incredibile per il rugby, e questa cosa già mi colpì molto. Quando sono diventato responsabile del minirugby ho cominciato a seguirlo in maniera più concreta, anche perché quando c’è un bambino di quel talento nel club lo conoscono tutti. L’ho allenato poi in under 17 e under 18, anche se poi è diventato subito un elemento fondamentale della prima squadra nonostante fosse giovanissimo. In under 17 lo nominai anche capitano perché era davvero un leader, ma nell’accezione più positiva possibile del termine: era un trascinatore e i compagni gli volevano bene”. Passando “dall’altra parte”, nel Rugby Firenze 1931 è cresciuto il mediano di apertura del Rugby Casale Roberto Fasti, diventato campione d’Italia under 18 con il Benetton e ora a disposizione degli Azzurrini. Ad oggi, il Rugby Firenze 1931 conta circa 400 atleti suddivisi in categorie, dai 5 anni di età fino alla seniores e alla squadra old, oltre alla fusione a livello seniores con l’Unione Rugby Firenze che milita in Serie A. L’incontro che ha cambiato la vita di Fasti è stato quello con Alejandro Rios, ex mediano di apertura e centro di Firenze, poi allenatore e preparatore atletico, laureatosi in Scienze Motorie proprio a Firenze, per un totale di 12 anni passati in Toscana prima di tornare in Argentina, dove vive la sua famiglia: “Ho visto Roberto crescere fin dall’under 6, perché ero responsabile di tutto il settore giovanile. Fin da piccolo aveva qualcosa di speciale, oltre a una voglia incredibile di impegnarsi che lo portava ad essere sempre il primo ad arrivare a ogni allenamento. Vederlo in Nazionale mi rende davvero orgoglioso, così come sono felice di aver allenato anche altri ragazzi che oggi stanno facendo strada, come Olmo D’Alessandro e Lapo Frangini”. Il momento che però unisce davvero Fasti e Rios è un infortunio, il primo della giovane carriera di Roberto: “A 8 anni si ruppe l’omero – racconta Rios – e a quel punto oltre a seguirlo come tecnico lo seguii anche nella riabilitazione. Fu una cosa importante per lui, ma anche per me, perché capii come a Firenze potevamo lavorare in un certo punto anche nella prevenzione degli infortuni. Facevamo tantissimi esercizi sulla tecnica individuale: placcaggio, calcio, passaggio, sempre con il pallone ovviamente perché i ragazzi e i bambini devono divertirsi, ma era tutto importantissimo per farli crescere nel modo giusto, anche dal punto di vista della salute. Più impari a fare bene un movimento, meno rischi di farti male. Proprio per questo con il Rugby Firenze facevamo anche degli esercizi in piscina, per migliorare l’equilibrio e la propriocezione: era tutto parte di un progetto che ha sempre messo al primo posto la passione per il rugby e la volontà di trasmettere dei valori umani, facendo capire ai ragazzi che questo è uno sport duro ma mai cattivo. Poi chiaramente, anche per affinità di ruolo, con Roberto si è creato un rapporto speciale: gli ho insegnato fin da bambino tutti i tipi di calci e il modo in cui un numero 10 deve passare il pallone”.
dalla base | 03/03/2025
Linee di meta: Alessandro Izekor e Alberto Chiesa
“Alberto Chiesa è stato prima mio allenatore nelle giovanili del Calvisano per poi diventare mio compagno in prima squadra. Ai tempi dell’under 18 è stato la mia guida, mi ha fatto capire che avevo la possibilità di arrivare nel grande rugby e mi ha dato tutti gli strumenti per farlo. Oltre ad essere stato un grande allenatore per me, è stato poi anche un grande compagno di squadra: lo ascoltavo sempre, seguivo i suoi consigli, le sue indicazioni. Siamo sempre rimasti in contatto, è grazie a lui se sono riuscito ad arrivare fino a qui” – Alessandro Izekor Alberto Chiesa, oggi direttore tecnico dei Cavalieri Union Prato e in passato giocatore e allenatore dell’Under 18 a Calvisano, ha visto passare davanti a sé tanti talenti che oggi fanno parte dell’alto livello e che sono partiti proprio dalla “base” di Calvisano. Con Izekor, come già spiegato dallo stesso giocatore, si è creato un grandissimo legame, ma essendo stato anche al fianco di Massimo Brunello nel 2019 come assistente dei trequarti e “guida”, essendo il capitano e il giocatore più anziano, Chiesa ha lavorato anche con Jacopo Trulla, Pierre Bruno, Federico Mori, Matteo Minozzi, Danilo Fischetti, tutti parte integrante della rosa di quel Calvisano. “Il percorso di Alessandro Izekor è stato particolare, nel senso che quando è arrivato a Calvisano in realtà non era ancora del tutto formato fisicamente. Se lo vedi adesso dici ‘non è possibile’ (ride, ndr) ma ha sempre avuto del potenziale a livello fisico, sapevamo che poteva dare tantissimo, ma al di là di questo è stato bravissimo a lavorare tanto sulla tecnica, perché senza quella non puoi arrivare ai livelli a cui è arrivato lui. Ha avuto anche una grande crescita a livello di testa, è maturato davvero bene. Per Alessandro mi sento un po’ una ‘chioccia’, ho sempre cercato di dargli consigli e supporto, ci siamo sempre confrontati e il rapporto con lui è bellissimo. Lui mi vede tanto più grande di lui, ma quando giocavamo insieme per me era un compagno di squadra: è una persona davvero piacevole e sono felice di averlo nella mia vita” racconta Chiesa. Il lavoro di Chiesa ai tempi del Calvisano è stato particolare, poiché seguiva i ragazzi dell’Under 18 e contemporaneamente giocava in prima squadra. Questo ruolo di allenatore-giocatore, però, si è rivelato molto utile per la crescita dei ragazzi: “Credo sia stato molto formativo per i ragazzi, perché ci vedono comunque come degli ‘idoli’ in qualche modo, poiché in settimana lavoravamo insieme e poi la domenica ci vedevano giocare in Eccellenza, e questo è un grosso vantaggio perché è anche più facile farsi seguire ed essere di supporto nella formazione in un momento importantissimo nella crescita degli atleti. Ricordo che quando ero giovane e arrivava un giocatore della prima squadra io lo vedevo come un punto di riferimento, e così cercavo di fare con i ragazzi: alla fine tutto quello che ho imparato e che ora provo a trasmettere l’ho preso ‘rubando’ con gli occhi ai giocatori più esperti. Chiaro, non tutti ci riescono ed è importante, secondo me, un po’ di capacità innata per farlo e poi studiare tantissimo. Il ruolo di allenatore-giocatore quindi può essere molto utile per i ragazzi. Da giocatore puoi capire più facilmente le problematiche tecniche ma anche psicologiche di un ragazzo. Viceversa, adesso che alleno a Prato da 5 anni ho sicuramente più esperienza come allenatore, ma non giocando più – pur avendo mantenuto ‘l’occhio’ da rugbista – mi accorgo che certe cose quando sei un giocatore riesci a interpretarle meglio e di conseguenza anche a trasferirle meglio”. Negli ultimi due anni della sua carriera da giocatore Alberto Chiesa ha lavorato anche al fianco di Massimo Brunello, attuale capo allenatore delle Zebre, nella prima squadra di Calvisano, contribuendo quindi alla crescita di atleti che hanno scritto pagine importanti del rugby italiano: “Ai tempi ero il capitano e il più anziano, quindi capitava di avere da Brunello l’opportunità e il piacere di lavorare con i trequarti. Pensiamo a Trulla, estremo come me ma anche ala, quindi magari giocavamo insieme la domenica. Poi c’erano Mori, Bruno, Minozzi, Danilo Fischetti tra gli avanti. Tutti ragazzi già promettenti ai tempi, è stato davvero bello poterli aiutare soprattutto dal punto di vista umano: vedevo grande rispetto da parte loro e io avevo tantissima voglia di trasmettere la mia passione e le mie competenze. Ancora oggi ho un bel rapporto con tutti loro. Tutta questa esperienza l’ho poi portata con me anche a Prato”. Oggi, infatti, Alberto Chiesa è tra i protagonisti di un progetto in grande crescita come quello dei Cavalieri Union Prato, del quale è direttore tecnico: “Finita l’era del professionismo, a Prato è stata presa la decisione di ripartire dai giovani. Quando sono arrivato nel 2020 avevo già trovato un settore giovanile di grandissima qualità: attualmente fino all’Under 14 ci sono due società – il Gispi Rugby e il Sesto Fiorentino Rugby – che poi convogliano nei Cavalieri Prato dall’Under 16 in poi, passando per l’Under 18 fino alla prima squadra. Ad oggi abbiamo due squadre Under 16, due Under 18 (una in Elite e una in interregionale per entrambe le formazioni) e due Seniores, una in Serie A girone 1 e una in Serie B. Al momento abbiamo 72 ragazzi in Under 16, 64 in Under 18 e 80 giocatori seniores tra le due formazioni”. “Ogni anno ci poniamo un obiettivo importante: integrare le rose delle due squadre seniores con almeno 12 giocatori del nostro settore giovanile. Questo significa lavorare per formare i ragazzi qualitativamente e umanamente: sono seguiti da preparatori, nutrizionisti, psicologi, tutte figure che ritengo fondamentali. Questo poi ci consente di far succedere una cosa molto bella: che tutti i ragazzi, ovunque poi vadano, alla fine tornano, da giocatori, da allenatori, da dirigenti, ma il legame con Prato non si spezza mai. Per fare questo bisogna formare soprattutto le persone e rimanere tutti uniti” conclude Chiesa.
dalla base | 14/02/2025
‘L’è riva’, la canzone del Monti Rovigo che si tramanda di generazione in generazione
Al centro, stretti in un abbraccio, i bambini dell’under 6 della Monti Rovigo. Tutt’intorno, i ragazzi e le ragazze dell’under 12 che insegnano ai più piccoli uno dei canti della tradizione rossoblù: “L’è rivà”. Questo video, girato nello spogliatoio della squadra rodigina poco prima di un raggruppamento casalingo, ha fatto il giro del web. Testimonia uno dei momenti più belli dell’ambiente rugbistico ovvero il passaggio, tra diverse generazioni, delle tradizioni del club. “E’ una canzone che appartiene agli albori, la Monti è nata nel 1972 – spiega il presidente della Monti Rovigo Damiano Libralon – Fu introdotta dalla prima squadra, e veniva cantata anche dai ragazzi delle giovanili che ancora oggi la intonano. Originariamente, era la canzone della vittoria. Oggi, nelle giovanili, è più un modo per celebrare l'impegno e lo spirito di gruppo e fratellanza”. Questo rito accompagna da molti anni l’under 12, 14 e 16 e viene insegnato anche alle categorie dei più piccolini. “Si insegna per tradizione orale. La canzone nel tempo è stata trasmessa da allenatori che hanno dedicato tanti anni alla Monti, come Roberto Rizzati – spiega Libralon – allenatore che per 40 anni ha seguito ragazzi e ragazze. Ora, è un naturale passaggio tra le diverse squadre”. Attualmente la Monti Rovigo, dalle prime mete all’under 16, conta 180 tesserati un settore giovanile che è sempre stato un punto di riferimento a livello nazionale. Nel testo della canzone non può mancare un riferimento al Petrarca, storico rivale in campo di Rovigo. “Adesso adattiamo il testo all’avversario che abbiamo di fronte – conclude Libralon – ma è inutile nascondere che il derby è il derby, a qualsiasi età!”. Il testo della canzone: Capitano/i: L'E' RIVAAAA' Coro: BOOM! Capitano/i: L'E' RIVAAA' Coro: BOOM! Tutti insieme: L'è rivà el forte squadron Da Rovigo è lo squadron che tremare il mondo fa per i nostri hip hip urrà per i nostri hip hip urrà E da Rovigo siam e la vittoria avrem per la gloria dei Bersaglier La mischia l'è potente, i trequarti son veloci, l'arier placcherà hip hip urrà Caro Petrarca cosa vieni a far? questa è la nostra abilità L'è Rivààààà! Boom!
dalla base | 12/02/2025
Linee di meta: Giacomo Milano, Malik Faissal, Andrea Cinti, Marco Quagliotti
“Sono cresciuto nella Nuova Rugby Roma, dove ho incontrato Andrea Cinti, una persona fondamentale per la mia cresciuta rugbistica e umana. Mi ha allenato dai 13 ai 17 anni, ma soprattutto mi ha aiutato durante il periodo del Covid, quando riuscì a far risbocciare la passione per il rugby che non riuscivo più a far venire fuori” – Giacomo Milano Marco Quagliotti, detto “Quaglio”, è stato molto più di un allenatore: è stato un vero esempio. Mi ha aiutato a crescere come rugbista e mi ha trasmesso l'importanza del rispetto verso gli avversari. Sempre al mio fianco, ha supportato ogni mia decisione, accompagnandomi dal primo allenamento con la selezione regionale fino al primo raduno con la Nazionale. Il suo amore per il rugby è stato una grande fonte di ispirazione, spingendomi costantemente a dare il massimo” – Malik Faissal Far crescere i giovani non significa solo insegnare loro a giocare a rugby: vuol dire guidarli, aiutarli, mostrare loro la strada e la direzione giusta per farli diventare uomini e donne. E quello che è accaduto a Giacomo Milano e Malik Faissal, due grandi talenti aiutati da due grandi allenatori a superare ogni difficoltà. È successo alla Nuova Rugby Roma, realtà nata nel 2005 e dedicata (per ora) esclusivamente al settore giovanile, con Andrea Cinti, che ha guidato Giacomo Milano – terza linea del Noceto – nel momento più delicato del suo percorso di crescita: “Ho dei ricordi bellissimi. Ha cominciato con noi da bambino, già si distingueva soprattutto a livello fisico, era impossibile non notarlo (ride, ndr). Lo abbiamo visto e seguito fin da piccolo, poi l’ho allenato in under 14, under 16 e poi 17, quando furono inserite le categorie dispari” racconta Cinti, 60 anni, che ha giocato da sempre a Roma, allena da 20 anni e adesso si occupa della formazione dei ragazzi che diventeranno poi gli educatori e allenatori della Nuova Rugby Roma. Come raccontato da Giacomo Milano, Cinti è stato fondamentale durante il periodo del Covid, quando ha rischiato di lasciare: “Credo che il senso e l’obiettivo di tutto il nostro progetto sia proprio questo. Al di là del fatto che sia arrivato ad altissimi livelli, e ne sono ovviamente orgoglioso, dare questa motivazione ai ragazzi e aiutare chi in un determinato momento si sente in difficoltà è ciò che mi rende più felice, e il fatto che poi tutto questo abbia contribuito a far arrivare Giacomo così in alto è ovviamente un motivo d’orgoglio. Alla fine noi dobbiamo fare questo: contribuire alla crescita umana dei ragazzi, perché poi più saliranno di livello più troveranno allenatori bravissimi come quelli con cui Milano lavora adesso, ma è importante che il rugby di base formi prima di tutto la persona, in modo che poi il giocatore possa svilupparsi di conseguenza”. “Sono da sempre alla Nuova Rugby Roma, un progetto nato nel 2005 anche grazie al presidente – e mio caro amico - Roberto Barilari, la vera anima del club” spiega Cinti: “La filosofia nel nostro club è sempre quella di ‘lasciare spazio’ ai ragazzi, insegnando loro i fondamentali dell’educazione e del rispetto ma lasciandoli liberi di divertirsi. Cerchiamo di non focalizzarci troppo sui risultati, mettendo al centro l’appartenenza, il gruppo, l’unità, tutti valori che rischiano di perdersi. Non bisogna mai perdere di vista questo principale obiettivo, soprattutto lavorando con persone che vivono comunque un’età particolare come quella della crescita e dell’adolescenza. Dopo tanti anni di lavoro con i giovani stiamo pensando di costruire anche una squadra seniores, che nasca proprio dai ragazzi che in questi anni sono cresciuti nella Nuova Rugby Roma”. Lo stesso ha fatto Marco Quagliotti, allenatore dell’under 14 del Rugby Parma e responsabile del minirugby, che ha allenato l’ala degli Azzurrini e del Rugby Parma 1931 Malik Faissal: “Malik ha iniziato da piccolo, aveva 6 anni, e l’ho incontrato più avanti quando ha cominciato in under 12, proprio quando ho iniziato ad allenare. Alla fine siamo cresciuti insieme: io da allenatore, lui da giocatore. Malik era ed è un ragazzo fantastico anche fuori dal campo, non si arrabbia mai e – anzi – abbiamo dovuto spingerlo a tirare fuori un po’ di sana cattiveria agonistica. All’inizio tendeva a buttarsi giù, se faceva un errore andava nel pallone: abbiamo lavorato tanto su questo proprio per farlo crescere, prima di tutto a livello umano. Come caratteristiche era già molto simile ad ora, aveva delle doti atletiche e fisiche notevoli. Quello che gli mancava era un po’ la tenuta mentale, se sbagliava qualcosa non riusciva a reagire, adesso invece è diventato molto più forte da questo punto di vista”. Quello di Faissal è “solo” un esempio di quello che Quagliotti e Cinti hanno sempre cercato di fare: “Credo sia fondamentale non limitare i ragazzi. Bisogna evitare di infondere loro la paura di sbagliare, magari riempiendoli di troppe nozioni tattiche o schemi prefissati quando dovrebbero essere liberi di provare a fare una giocata. Se un ragazzo non viene lasciato libero di provare qualcosa quando è giovane, quando crescerà non potrà farla. Dobbiamo crescere prima di tutto dei ragazzi, poi dei giocatori: abbiamo sempre cercato di far capire loro lo spirito del nostro sport, soprattutto dal punto di vista del rispetto degli avversari, delle regole, degli allenatori. Dal mio punto di vista è la base da cui parte tutto il resto: prima il rispetto, poi la tecnica”. Il percorso di Faissal si inserisce nella particolare storia recente del Rugby Parma, come racconta Quagliotti: “Dopo il fallimento del 2011 la società ha deciso di ripartire dal settore giovanile, e da lì sono stati anni crescita per i giovani, proprio quelli in cui si sono avvicinati al rugby ragazzi come Malik Faissal e Pietro Melegari, anche lui dell’under 20 italiana. Dopo tanto lavoro siamo tornati ad ottenere risultati importanti: la seniores ha ricominciato dalla Serie C2 con una squadra formata da ragazzi provenienti dal settore giovanile, e di promozione in promozione è arrivata in Serie A2 oltre ad avere una squadra cadetta in Serie C, più due under 18, due under 14 e tutte le categorie del minirugby. Per quanto riguarda i giovani, al momento abbiamo circa 230 tesserati solo per quanto riguarda il settore giovanile fino all’under 18”.
dalla base | 07/02/2025
Silvano Babetto, segni particolari: una vita dedicata alla palla ovale.
“Babe”, questo il soprannome con cui è conosciuto sul territorio, ha recentemente festeggiato il 41esimo anno di attività come allenatore del minirugby con una cena a sorpresa fatta dai suoi ragazzi della sua prima squadra, classe 70-71. Un esempio di dedizione e passione per questo sport e una storia che merita di essere raccontata. Inizia sulla panchina del Valsugana, ad appena 22 anni dopo aver lasciato il rugby giocato, poi dopo otto anni il passaggio al Petrarca, dove si divide ancora tra l’under 10 e l’under 12. “Ho iniziato a lavorare molto presto come cuoco alla scuola materna e questo mi ha portato sin da giovanissimo a stare a contatto con i più piccoli. Allenare i bambini e le bambine per me è stato naturale, un hobby che si è trasformato con il passare del tempo in una vera a propria passione. Il segreto è divertirsi, in campo rido ancora tantissimo e questo mi spinge a continuare”. Babetto ha cresciuto e allenato intere generazioni di rugbisti, alcuni dei quali hanno calcato i più importanti palcoscenici internazionali. “Ora alleno i figli di alcuni di alcuni di questi ragazzi anche se sembra ieri quando allenavo i padri – spiega Babe – è una cosa che mi inorgoglisce ma al contempo mi ricorda che il tempo sta passando velocemente”. Gli anni passano ma non cambiano i valori che spingono Silvano Babetto “Il mio obiettivo primario, oltre naturalmente ad insegnare il gioco e il rispetto per l’avversario, è quello di creare il gruppo, un insieme di amici che possano crescere nello sport ma anche una volta che avranno finito di giocare”. E proprio il campo da rugby ha permesso di cementare rapporti importanti “Sono orgoglioso dell’amicizia che mi lega ad Andrea Rinaldo, per lungo tempo un mio “accompagnatore”. Anche con Graziella Calore, storica segretaria del Petrarca ci vediamo e sentiamo spesso. Sono legatissimo alla famiglia Ghiraldini con cui ogni Natale passiamo dei piacevolissimi momenti insieme”. Babetto ha trasmesso la propria passione ai figli “Francesco allena l’under 10 mentre Carlo guida l’under 18 del Petrarca. Per mio nipote Pietro, che ha due anni e mezzo, è ancora presto per il rugby in campo ma ha già iniziato con le attività propedeutiche e il gioco legato alla palla ovale”. E la moglie? “Abbiamo raggiunto un equilibrio nel corso degli anni – sorride Silvano Babetto – sa che farei fatica a rinunciare al rugby e la ringrazio per avermi sempre supportato”. Sono tanti gli aneddoti e le storie da raccontare in quarantun anni di carriera “La mente mi riporta spesso al passato, ad episodi di campo ma anche a quelli avvenuti fuori. Le trasferte in bus con la squadra, le amicizie coltivate nel corso del tempo, il rapporto e il confronto con i genitori”. Di smettere Silvano non ci pensa minimamente ma ha le idee chiare sul futuro e l’insegnamento del rugby “Ovviamente spazio ai giovani, sono tanti i ragazzi che hanno iniziato il percorso per diventare allenatore e che scendono in campo settimanalmente, questo mi rende felice. Io sono a disposizione a dare una mano e a fornire i consigli necessari”. Sempre con la palla ovale nel cuore.
dalla base | 04/02/2025

Completa la registrazione